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    Siamo seri: Esiste davvero una posizione lavorativa - in qualsiasi ambito IT - senza Burnout?

    Voglio dire, l’informatica e’ quel magico dominio che ha (anche) creato abomini sociologici come gli yuppies o filologici come l’ingegneria dell’obsolescenza pianificata. E questo lo ha fatto in modo eccezionale, con esempi altissimi quali - volendo provare ad entrare nel tema - ad esempio: La logica insita in un certo software, che una volta riconosciuto come fondamentale in un certo ambito, diventa - guardacaso - molto performante da un certo singolo punto di vista, emergendo dal mercato al punto da divenire parte di un oligopolio (in genere a 2 o al massimo 3 poli, con poche eccezioni) ma allo stesso tempo anche molto volutamente male ingegnerizzato in altri, in modo da supportare con liquidita’ garantita in forma di supporto e forme di lock-ins tutte quelle catenere del valore dirette, o indirette (tramite contratti di partnerships), in ogni sua singola installazione.

    Chi queste cose le scrive avra’ pure un giudizio personale sul proprio operato: La bonta’ dell’ ingegneria pura, escluse le bellezze circensi di chi, con metodo, scrive malware; ha sempre bisogno di autogiustificare la sua stessa esistenza. Percio’ non dubito che chi si trovi a fare “ingegneria distruttiva” nel suo software, sia molto piu’ naturalmente predisposto a finire per bruciarsi (o a restare bruciato per molto, molto tempo), e di confrontarsi con quell’ istinto di autorealizzazione che alla fine e’ il motivo primo per cui chiunque, potendo scegliere, in genere fa’ quello che fa’. E di colpo: questo istinto inizia a tendere completamente ad “essere vano”, per un certo progetto nel cui futuro si crede fermamente, dopo una semplice riunione di pseudo middle-management.

    Quanti teams di progetti opensource, ad esempio, sono stati rilevati lasciando il progetto in inedia e finendo per diventare prodotti commerciali, e seguendo pedissequamente questa traccia, negli ultimi 5 anni?

    Chi lavora (Chiunque lavori, ed in Qualsiasi) in campo IT, malgrado le cazzate da dev-ops e da programmatori spinmaster rockstars della distruptiveness coi talks a pagamento e la pensione a 38 anni, e’ letteralmente un simbiote del concetto di Burnout. E, nota bene, probabilmente e’ esattamente per questo che anche tali “personaggi estremi”, finiscono “in pensione” - con la sola fortuna del proprio patrimonio, suppongo - prima degli anta..

    Vista la direzione presa dal mondo e la chiusura della finestra storica del mito (in larga parte mai nemmeno esistito se non in piccole e molto ben finanziate enclavi geografiche, non a caso poi, divenute attrattrici di fondi/talento/persone) della “rivoluzionarietà” dell’informatica: il tema centrale non e’ (mai nemmeno stato) tanto l’elucubrazione sul come evitare, sia dal punto del team, del management che personale, il Burnout.

    L’unico vero tema e’ sempre stato come Conviverci.

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      Allargando il pensiero a molte categorie del moderno sviluppo software: probabilmente questa e’ anche una delle concause della nascita del fenomeno del nomadismo e del circolo di freelancing globale per gli sviluppatori software.

      Uno dei motivi per cui si cerca tanto la nicchia di sviluppo con la residenza a Bali, il contratto in remote e lo stipendio certamente non-indonesiano: e’ probabilmente anche il vecchio assunto tale per cui: “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, e quindi probabilmente, anche piu’ al sicuro dal rischio di Burnout.