1. 11

Buongiorno a tutti!

Piacere, sono Federico Nejrotti e sono qui per fare il primo ask me anything di Gambe.ro! (https://gambe.ro/s/ho7g85/ama_di_federico_nejrotti_luned_7_ottobre).

In accordo con chobeat, sono qua per rispondere alle domande fino alle 12 e qualcosa — oggi è il mio compleanno e ho la febbre: evviva!

Sono uno scrittore (‘writer’ all’americana, di fatto scrivo contenuti giornalistici ma non ho il tesserino — quindi…) e attivista in ambito culturale — sto scrivendo un saggio per LUISS University Press sul rapporto tra gli stati nazionali e i CEO dei GAFA+ (leggasi: qualunque para-monopolio dell’economia del capitalismo delle piattaforme) e passo la maggior parte del mio tempo a seguire la comunicazione pubblica e istituzionale del centro per la cultura collaborativa cheFare (https://www.che-fare.com/).

In passato, ho lavorato per 4 anni (di cui 2 da capo-redattore) per l’edizione italiana di Motherboard (https://www.vice.com/it/section/motherboard) il magazine di scienza e tecnologia di VICE. Ho scritto centinaia di articoli, girato diversi documentari e scritto cose consapevolmente bait e altre inconsapevolmente “di avanguardia”.

Ultimamente, nel tempo libero sto seguendo due progetti personali:

  • una pubblicazione gratuita chiamata ‘Manuale di Riparazione del Reale’ (https://nejrottif.com/il-manuale-di-riparazione-del-reale-e-una-pubblicazione-che-parla-di-cacciaviti-e-resistenza/) che vuole tracciare un ponte tra il Movimento per il Diritto alla Riparazione dei dispositivi elettronici e la necessità di agire nei confronti della crisi culturale in cui (secondo me) ci troviamo

  • un server costruito con Pleroma e un Raspberry Pi per un ‘social network’ per spazi culturali in tutta Italia: il raggio del singolo server sarà strettamente locale e ambisce a generare una federazione di server locali con base in centri culturali

Quando avevo 9 anni mi sono iscritto al forum di Nintendo.it, ho creato un gioco di ruolo online che si chiamava Zeldopoli e mi sono fatto sbattere fuori dal forum — non sapevo non si potesse “creare una valuta digitale” per smerciare spade e pozioni. Poi ho aperto un magazine che si chiama(va) The Shelter (https://theshelter.online/?gi=ba510e5904c2) in cui scrivevamo solo di videogiochi indipendenti.

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  2. 6

    Intanto grazie per quest’AMA

    Pensi che gli interventi legislativi dei vari stati, che negli anni hanno tentato di regolamentare la rete e in generale la tecnologia, abbiamo portato più danni o più benefici?

    Pensi che ci sarebbe bisogno di azioni comunitarie (UE) e non dei singoli stati?

    Pensi che ci sia bisogno di maggior dialogo tra i legislatori e tra chi il web lo conosce a fondo?

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      Ciao pizzo,

      cercherò di essere più sintetico di quanto lo sia stato nella risposta a Chobeat.

      Pensi che gli interventi legislativi dei vari stati, che negli anni hanno tentato di regolamentare la rete e in generale la tecnologia, abbiamo portato più danni o più benefici?

      Domanda che richiede una risposta complessa. Credo che la regolamentazione della rete in senso generale sia un tema delicatissimo e che richiede necessariamente uno studio caso-per-caso. Credo, personalmente, che una buona parte delle cose belle emerse grazie alle interazioni generate da internet si siano sviluppate a partire da un buon livello di entropia che genera un corrispettivo di specificità che va preso in considerazione quando si pensa alla regolamentazione. Ovviamente questo discorso lo facciamo dando per scontato per un secondo che regolamentare sia cosa buone e giusta. (Personalmente, mettendo il cappello da “cittadino”, credo che regolamentare sia cosa buona e giusta.)

      Pensi che ci sarebbe bisogno di azioni comunitarie (UE) e non dei singoli stati?

      Penso che la consapevolezza sociale e politica debba emergere dai singoli stati ma credo che l’azione legislativa debba essere frutto di azioni comunitarie. La maldestraggine del GDPR, pur consistendo di un’invasione di campo senza precedenti e decisamente costruttiva per politiche future, non ha generato stimoli per il perfezionamento del GDPR stesso proprio perché la base elettorale non sentiva propria la misura. Ciò non significa che tutto deve sempre nascere “dal basso”, però significa che stiamo giocando proprio un’altra partita al momento: gli equilibri di potere nel mondo di internet sono un tema per cui la maggior parte delle persone non nutre alcun interesse, sopratutto perché (e questo lo dico per inflessione professionale) fuori dagli Stati Uniti il discorso mediatico non è in grado di rendere queste storie avvincenti e importanti.

      Pensi che ci sia bisogno di maggior dialogo tra i legislatori e tra chi il web lo conosce a fondo?

      Non in questo momento: salvo rarissimi casi di divulgazione efficace, fuori dagli Stati Uniti “chi il web lo conosce a fondo” non è ancora in grado di spiegarsi in maniera sintetica, descrittiva e incisiva. Per poter produrre impatti duraturi non basta “aprire dei tavoli”, dobbiamo prima di tutto sapere di poterci poi sedere a quei tavoli. Banalmente, la multi-disciplinarietà delle conversazioni qui su gambe.ro è già un ottimo terreno fertile per far fiorire narrazioni meno tecniche e più contemporanee.

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        Intanto grazie per l’AMA e buon compleanno (e auguri di buona guarigione).

        gli equilibri di potere nel mondo di internet sono un tema per cui la maggior parte delle persone non nutre alcun interesse, sopratutto perché (e questo lo dico per inflessione professionale) fuori dagli Stati Uniti il discorso mediatico non è in grado di rendere queste storie avvincenti e importanti.

        Pensi che questo sia qualcosa di cui si devono occupare i media (penso soprattutto alle testate giornalistiche, ma temo sia solo perché leggo molto più di quanto non ascolti o guardi), o che serva soprattutto un contributo da parte di chi fa tecnologia?

        1. 3

          Ciao frollo,

          grazie per il follow-up.

          Pensi che questo sia qualcosa di cui si devono occupare i media (penso soprattutto alle testate giornalistiche, ma temo sia solo perché leggo molto più di quanto non ascolti o guardi), o che serva soprattutto un contributo da parte di chi fa tecnologia?

          Credo si debba passare necessariamente dall’attivismo “dal basso” — il supporto mediatico è cruciale a massimizzare la portata delle forme di attivismo, ma credo che sia necessario associare questi temi a forme di esperienza altre che quelle dei media o della “forma scritta”. Non stiamo parlando semplicemente di fare informazione, ma di costruire un nuovo immaginario dell’individuo e della società in cui il tema della tecnologia non è soltanto strumentale ma è innesco stesso delle dinamiche di interazione. Non so quale siano le azioni da implementare per ottenere questo risultato, ma credo si possa partire da ovunque: è la differenza tra scrivere un articolo con le best practice per la propria privacy online e fare la stessa cosa ma con un workshop di quartiere in cui le stesse cose vengono spiegate a voce, guardandosi negli occhi e con lo smartphone in mano. È immensamente più faticoso ma è l’unico modo, secondo me, per non piegare la trattazione di tematiche altamente capitalizzate proprio come quelle della tecnologia e percorsi ulteriormente capitalizzanti. Se faccio il post sul blog ambisco al maggior numero di lettori, se faccio il workshop di quartiere ho bisogno che non ci siano più di 20 persone perché altrimenti non riesco fisicamente a farlo. Spero di essermi spiegato in maniera comprensibile perché credo che questa parte sia uno dei punti più importanti dell’intero discorso.

    2. 3

      Grazie per l’AMA e buon compleanno.

      Cosa ne pensi del fatto che Facebook non modererà più i profili verificati dei politici?

      Più in generale, visto e considerato che gli utenti stanno andando verso modelli di social a cerchia ristretta (gruppi di WhatsApp, Threads di Instagram ecc., ma anche gruppi Telegram) dove pensi che andrà la comunicazione politica in un mondo come quello?

      1. 3

        Ciao karjudev,

        Cosa ne pensi del fatto che Facebook non modererà più i profili verificati dei politici?

        È una mossa intelligente da parte loro perché esternalizza lo sviluppo di una soluzione a questo problema. Personalmente credo che a livello nazionale prima e comunitario poi potrebbe aiutare sviluppare una serie di standard di comunicazione politica presieduti da un comitato attivo che si occupi di discutere i casi. Sento la mancanza di uno spazio istituzionale in cui il “singolo caso” viene discusso — questo spazio al momento è esclusivamente mediatico e questa cosa non va bene.

        Più in generale, visto e considerato che gli utenti stanno andando verso modelli di social a cerchia ristretta (gruppi di WhatsApp, Threads di Instagram ecc., ma anche gruppi Telegram) dove pensi che andrà la comunicazione politica in un mondo come quello?

        Credo si manifesterà una grossa discrepanza tra gli impatti della politica locale con quella nazionale: gestire comunicazioni di massa su gruppi localizzati è un lavoro doppio rispetto a quello tradizionale del singolo che parla a tanti. Una delle conseguenze più significative dell’economia delle piattaforme è la sua capacità di generare indotto professionale: se Facebook crea degli spazi di comunicazione nei gruppi di WhatsApp o nelle cerchie di Instagram allora seguire questi spazi ristretti diventa un lavoro cruciale — la cosiddetta economia reale può davvero finanziare la copertura di questi spazi? O meglio, la copertura di questi spazi genera il profitto necessario a pagarsi?

        1. 2

          Grazie infinite per la risposta.

          Personalmente credo che a livello nazionale prima e comunitario poi potrebbe aiutare sviluppare una serie di standard di comunicazione politica presieduti da un comitato attivo che si occupi di discutere i casi.

          Vedo che abbiamo la stessa identica idea.

      2. 3

        Ciao Federico, buon compleanno e grazie per l’AMA!

        Ti chiedo un parere generale su una mia ultima fissazione, ovvero l’inutilità: credi che possa esistere effettivamente una rete alternativa dove, per esempio, l’A.I. possa non essere usata per pura finanza ma per pura creatività personale e non? Dato l’interesse comune sul social network locale mi vengono spotanee queste domande.

        Come Bridle ha ipotizzato, internet è una gran pazza rappresentazione di noi, le dinamiche reali e quelle virtuali si son fuse e vivendo nel global le nostre stesse azioni sono global, ma per me è possibile una resistenza digitale basata sul locale, manifestando delle ipotetiche alterità culturali di rete. Parallelamente penso che sia una utopia al cubo, ma empiricamente pleroma e affini lo stanno compiendo. Tu cosa ne pensi in questi termini?

        Perdona il testo non troppo corretto ma ho tutto che mi frulla in testa…

        1. 2

          Ciao Poni,

          grazie mille per le domande.

          credi che possa esistere effettivamente una rete alternativa dove, per esempio, l’A.I. possa non essere usata per pura finanza ma per pura creatività personale e non? Dato l’interesse comune sul social network locale mi vengono spotanee queste domande.

          NO! Grazie, hai fatto una bellissima domanda che mi permette di parlare di una lecture (https://www.youtube.com/watch?v=JOgzQLnQcHI) di Flavia Dzodan che ho ascoltato questa primavera durante il festival Sonic Acts. Premetto che questo è uno di quei tipici casi in cui la mia mancanza di formazione accademica mi rende particolarmente vulnerabile alla sindrome del “Federico, grazie al cazzo ma…”.

          Secondo ciò che dice Dzodan nella lecture, la “tassonomizzazione” del reale alla base del funzionamento dei database di cui si nutrono gli algoritmi si origina dalla necessità di ottimizzare una serie di flussi che presentavano un problema concreto: è possibile categorizzare qualcosa di, di fatto, difficilmente categorizzabile? La scala di questo processo di semplificazione e raggruppamento è cifra fondamentale dell’oppressività “innata” dell’algoritmo, il quale ovunque venga posto tenderà sempre a implementare un’azione esclusiva nei confronti di qualcosa o qualcuno. Spesso questa dinamica permetto lo sviluppo di processi più efficienti, altre volte di danneggiare categorie sotto-rappresentate.

          Il lecturer che ha parlato dopo Dzodan, al Sonic Acts, aveva concluso il suo Q&A dicendo che dovremmo “resistenza significa queerness” nel senso di adottare istanze radicali di diversità per rifiutare le perpetua categorizzazione.

          Questa è una buona narrazione che mi ha fatto venire voglia di incazzarmi — al tempo stesso, vorrei che qualcuno di bravo come loro a parlare mi spiegasse perché questa narrazione è, alla fine, semplicistica e riduttiva (sono sicuro lo sia, è troppo funzionale per essere in tutto e per tutto verosimile).

          Come Bridle ha ipotizzato, internet è una gran pazza rappresentazione di noi, le dinamiche reali e quelle virtuali si son fuse e vivendo nel global le nostre stesse azioni sono global, ma per me è possibile una resistenza digitale basata sul locale, manifestando delle ipotetiche alterità culturali di rete. Parallelamente penso che sia una utopia al cubo, ma empiricamente pleroma e affini lo stanno compiendo. Tu cosa ne pensi in questi termini?

          Credo sia necessario mettere in discussione le interfacce digitali che utilizziamo oggi ma che per riuscire a farlo sia prima necessario sviluppare una serie di consapevolezze relative alle nostre interfacce sociali e affettive. Partire dal locale è un buon modo per ampliare gli spazi di immaginazione, ma non so se sia sostenibile sul lungo periodo.

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          Mi hai anticipato due delle due domande che volevo fare: quando esce il Manuale di Riparazione del Reale e quando tiri su il server Pleroma.

          Comunque non mi ricordavo che The Shelter l’avessi aperto tu: ci ho scritto un paio di articoli eoni fa.

          Veniamo alle domande:

          un saggio per LUISS University Press sul rapporto tra gli stati nazionali e i CEO dei GAFA+

          Su questo tema: un problema che ci siamo posti come Connettivo è stato di mappare le relazioni tra i vari attori in ambito di legislazione tecnologica e come questi interagiscano fra loro. Conosci lavori estensivi che documentano il funzionamento di questi apparati e di questo lobbysmo? O secondo te cambia troppo velocemente per farci lavori di analisi e trovarci pattern? La sensazione che gli stati nazionali non abbiano idea di come rapportarsi alle grandi aziende tecnologiche è un’impressione solo del pubblico o c’è della sostanza? Perché ogni volta che si legge di accordi con singole aziende, sembra di leggere le storie dei conquistadores che scambiavano biglie di vetro per chili d’oro.

          Poi vabe’, domanda banale ma necessaria: perché secondo te nel discorso politico mainstream italiano si parla pochissimo di tecnologia e innovazione?

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            Vado con ordine,

            Manuale di Riparazione del Reale

            È calendarizzato per la seconda metà di ottobre — al ritorno dalla residenza artistica a Mergozzo dove è stato “concepito” sono stato accolto da una serie di felici urgenze di lavoro (con cheFare abbiamo vinto un bando e dovevano partire i lavori, in pratica). Mi è chiaro come svilupparne i contenuti ma vorrei trovare un modo per smarcare la narrativa ‘a monte’ dalla sindrome del “siamo alla ricerca del benessere” — vorrei parlasse più di “consapevolezza del malessere”. Inoltre, facendo ricerca mi aspettavo parecchio materiale “teorico” in più sul Movimento per il Diritto alla Riparazione, quando in realtà il grosso arriva dal mondo dei makers. La pratica incarna la teoria, però servirebbe dialettizzarla un po’ di più.

            Il server di Pleroma

            La prima buona notizia è che ha un nome! Si chiamerà Celeste. Per quanto riguarda tutto il resto sono indietrissimo: a differenza delle cose scritte, dove avendo più dimestichezza posso spezzettare maggiormente i tempi di lavoro senza perdere il focus, per programmare e installare il server (cosa su cui ho esperienza praticamente zero) ho bisogno di una serie di blocchi continuativi, altrimenti mi perdo. Probabilmente il primo momento sarà alla fine di ottobre con il mini-ponte di Ognissanti (c’è il ponte?).

            Conosci lavori estensivi che documentano il funzionamento di questi apparati e di questo lobbysmo?

            Il grosso delle informazioni, dalla mia esperienza, si ottiene “risalendo alla fonte” di una serie di notizie. La solita, vecchissima storia del “segui il link e poi espandi” — di solito si arriva ad articoli di testate locali o bollettini da parte di magazine dedicati agli apparati istituzionali; nella migliore delle ipotesi gli account Twitter sono l’estremo più utile perché ti permettono di dialogare direttamente con la fonte.

            Per iniziare il percorso di “risalita alla fonte” di solito uso una serie di risorse che credo valga la pena seguire se si è interessati al tema. Il lavoro più completo, accessibile e di qualità attualmente è svolto dal giornalista Casey Newton, che con la sua colonna/newsletter quotidiana The Interface (https://www.theverge.com/interface) produce una panoramica aggiornata e trasparente sull’evolversi del rapporto tra social media e democrazia. Giocoforza “social media” in questo caso si allarga spesso ad altre piattaforme, e “democazia” ad altri aspetti della società.

            Un altro pezzo di cronaca fondamentale è Amazon Chronicles: newsletter settimanale simile a The Interface ma dedicata esclusivamente ad Amazon. (https://amazonchronicles.substack.com/about?utm_source=menu-dropdown). Ancora, Lina Khan (https://www.nytimes.com/2018/09/07/technology/monopoly-antitrust-lina-khan-amazon.html) e Margrethe Vestager (https://www.theguardian.com/world/2019/sep/10/margrethe-vestager-gets-second-term-in-eu-competition-job) sono 2 pezzi da novanta che hanno decisamente il polso sulla questione — vale la pena segnarsi il loro nome. La lista dei miei ‘following’ su Twitter è composta al 70% da gente che twitta/retwitta cose riguardanti l’internet governance (https://twitter.com/nejrottif/following).

            O secondo te cambia troppo velocemente per farci lavori di analisi e trovarci pattern? La sensazione che gli stati nazionali non abbiano idea di come rapportarsi alle grandi aziende tecnologiche è un’impressione solo del pubblico o c’è della sostanza? Perché ogni volta che si legge di accordi con singole aziende, sembra di leggere le storie dei conquistadores che scambiavano biglie di vetro per chili d’oro.

            Credo che sì, le dinamiche dell’economia delle piattaforme digitali cambino troppo velocemente per essere regolamentate attraverso gli attuali processi di governance nazionale/continentale, ma non credo che questo problema sia irrisolvibile. Personalmente, ritengo sia necessario diventare consapevoli di un fattore importante: la maggior parte delle piattaforme digitali che vorremmo fossero/dovrebbero essere regolamentate sono piattaforme che sfruttano gli strumenti e le infrastrutture del digitale per interagire con una audience di clienti/finanziatori pressoché globale. Questa dinamiche permette alle piattaforme di avere in casa non soltanto dei capitali economici giganteschi (che generano tutte le ovvie conseguenze che ci possono venire in mente) ma sopratutto un capitale esperienziale e intellettivo senza precedenti: queste piattaforme in pochissimi anni hanno sviluppato un bagaglio di esperienze di negoziazione in tutto il mondo e in contesti tra loro radicalmente diversi e hanno tutti gli strumenti per “attirare” e cercare i famosi talenti. Credo sia importantissimo non sottovalutare come all’interno di queste aziende lavorino degli addetti ai lavori eccezionalmente capaci.

            Nei meccanismi di questa dinamica gli stati nazione diventano vittime di una mancanza di esperienza cruciale. Parliamoci chiaro: i singoli stati nazione hanno altri problemi più urgenti da affrontare e l’economia delle piattaforme non può essere in cima alla lista delle priorità. La scala dell’influenza dell’economia delle piattaforme, però, chiama ad una risposta politica e legislativa collettiva e non individuale, anche e sopratutto per “mettere insieme” competenze ed esperienze, altrimenti insufficienti. In questo senso, ritengo che l’Unione Europea incarni un track record storico e politico in grado di sviluppare proposte concrete per la regolamentazione del mercato selvaggio delle piattaforme digitali. Non posso dire lo stesso degli Stati Uniti, dove il peso mediatico delle iniziative non-governative (e della presenza dei GAFA+ stessi) inquina eccessivamente il dibattito. Ciononostante, non credo che sia “colpa” di una classe politica “ignorante”: per esempio, le famose udienze di Zuckerberg al Congresso prima e in Parlamento Europeo poi spiegano perfettamente come queste conoscenze non siano ancora richieste alla classe politica — il politico non è “ignorante”, è il tema a non far ancora parte di quella conversazione. Ciò che serve, secondo me, è un’ondata di attivismo importante (stile Thunberg nei risultati ma non nei metodi, per capirci) che includa il tema nella conversazione politica. È importante che emergano dei “leader” in questo senso, altrimenti la cronaca non potrà mai essere sfruttata correttamente come volano.

            Perché secondo te nel discorso politico mainstream italiano si parla pochissimo di tecnologia e innovazione?

            Perché succede molto poco in termini di innovazione tecnologica e il più delle volte le storie riguardano fenomeni di mercato. Come sopra, il discorso politico non include la questione un po’ perché il dibattito politico degli ultimi 5/7 anni ha costantemente visto la mancanza di un’agenda politica precisa, un po’ perché semplicemente non è una questione sentita. Certamente il politico deve “guidare”, ma prima di tutto “rappresenta” e la rappresentazione attuale del sentimento della base elettorale non include la trattazione di questo tema, secondo me.

          2. 2

            Ciao, spero che tu guarisca presto. Ecco le domande:

            • Hai un tipo di formazione STEM o oppure umanistica? Se non è STEM senti mai la mancanza di questo tipo di formazione quando scrivi i tuoi articoli? Pensi che nel giornalismo tech in Italia ci sia un problema riguardo alla mancanza di questo tipo di competenze?
            • Hai lavorato per anni in Motherboard, che fa parte di Vice. Come vivevi il modello di revenue basato su pubblicità? C’era un periodo abbastanza assurdo in cui i giornali online criticavano Facebook perché traccia i dati e poi guardavi la tua estensione che contava i tracker e ne trovavi a bizzeffe. In particolare in Motherboard ho trovato a volte spregiudicato l’uso dei titoli. Boh, per capirci “Il Parlamento Europeo ha appena votato due leggi che distruggeranno Internet”. Boh, non che il titolo sia propriamente sbagliato o che ci siano così tanti su questo stile ma francamente mi rimangono impressi. E in questi titoli più che lo schierarsi ci ho sempre visto di più il fare traffico per mandare avanti la baracca, magari mentre nell’articolo dopo si accusa il capitalismo. Non voglio dare indicazioni su cosa dovreste fare ma volevo sollevare la questione e sentire che ne pensi. Spero che non suoni come un’accusa.
            • Devi ascoltare musica e non hai limiti di soldi, che formato?
            1. 3

              Ciao surveyor3,

              grazie per le domande puntuali.

              Hai un tipo di formazione STEM o oppure umanistica? Se non è STEM senti mai la mancanza di questo tipo di formazione quando scrivi i tuoi articoli? Pensi che nel giornalismo tech in Italia ci sia un problema riguardo alla mancanza di questo tipo di competenze?

              Ho una formazione esclusivamente umanistica (liceo classico) e non ho una formazione universitaria. In questo momento vorrei avere la possibilità di intraprendere un percorso universitario, ma non saprei come né su cosa di preciso. Nel mio lavoro (giornalistico prima più “progettuale” ora) non sento la mancanza di una formazione verticale perché l’esperienza giornalistica mi ha imposto una mentalità da fact-checking relativamente efficace — sento al 1000% la mancanza di formazione quando si tratta di “collegare i puntini” su una serie di questioni: spessissimo mi sembra di stare assistendo/guidando la rivoluzione dalla prima fila ma un secondo dopo scopro una serie di testi completamente ovvi per gli addetti ai lavori che descrivono esattamente ciò su cui sto lavorando/riflettendo). Sento la mancanza di queste letture fondamentali — recuperarle in serie mentre si fanno altre N-mila cose purtroppo non è così scontato come mi sembrava all’inizio: vorrei avere tempo e spazio dedicati solo allo studio.

              Hai lavorato per anni in Motherboard, che fa parte di Vice. Come vivevi il modello di revenue basato su pubblicità? C’era un periodo abbastanza assurdo in cui i giornali online criticavano Facebook perché traccia i dati e poi guardavi la tua estensione che contava i tracker e ne trovavi a bizzeffe. In particolare in Motherboard ho trovato a volte spregiudicato l’uso dei titoli. Boh, per capirci “Il Parlamento Europeo ha appena votato due leggi che distruggeranno Internet”. Boh, non che il titolo sia propriamente sbagliato o che ci siano così tanti su questo stile ma francamente mi rimangono impressi. E in questi titoli più che lo schierarsi ci ho sempre visto di più il fare traffico per mandare avanti la baracca, magari mentre nell’articolo dopo si accusa il capitalismo. Non voglio dare indicazioni su cosa dovreste fare ma volevo sollevare la questione e sentire che ne pensi. Spero che non suoni come un’accusa.

              Come dire: hai ragione su tutta la linea — quell’articolo che citi l’ho scritto ed il titolo era colpevole proprio del peccato di cui parli e pur consapevole di non aver scritto una cosa falsa in quel titolo, so di aver lavorato attivamente per rendere quel titolo la leva migliore possibile per favorirne la lettura. In quanto editor del mio magazine da un lato dovevo “tutelarne” il posizionamento e la sostenibilità: entrambi questi fattori sono legati al numero di lettori prima e alla qualità degli stessi poi. Credo che questa dinamica non favorisca una produzione costante di informazione ottimale ed in generale cala gli addetti ai lavori in un loop faticoso, frustrante e a tratti desolante. Questo valeva per Motherboard, ma vale per qualunque magazine che basa la propria sostenibilità sulla vendita di banner pubblicitari e sul content marketing. Ovvero — oggi — praticamente tutti i magazine.

              Il 90% del mercato mediatico attuale si basa su un modello di revenue che si basa sulla capacità di sfruttare e catalizzare l’attenzione di tutti o di una fetta specifica di lettori, tanto che personalmente non mi sento nemmeno di chiamare la totalità del mio lavoro “giornalismo” quanto più un lavoro di “contenuti giornalistici”. Ciò non significa che i magazine non producano buona informazione — anzi! —, ma che la producano basandosi su un modello di “coda lunga” per il quale il 10% dei contenuti genera le risorse (di qualunque tipo) necessarie a pagarne il restante 90%. Questa dinamica è problematica ed è una dinamica di sistema non imputabile a nessuna singola testata: è concretamente un fattore ambientale che soltanto pochissime testate possono permettersi di mettere in discussione. La problematicità di questa dinamica richiede lo sviluppo di una sorta di dietologia mediatica in grado di riconoscere il 10% “iper-impattante” di questi contenuti per non dare loro troppa fede (o condannarli in toto), e valorizzare il restante 90%. Detto fuori dai denti: è un casino — ho cambiato “settore” anche per questo motivo.

              Devi ascoltare musica e non hai limiti di soldi, che formato?

              MP3 perché spero che l’archivio di musica finisca condiviso/indicizzato in qualche modo e vorrei che chiunque lo ottenesse avesse il più ampio spettro di possibilità per usufruirne. Sarebbe bello piazzarlo su un server costantemente online che fa seeding perpetuo dell’archivio, creare una serie di infografiche stile /mu/essentials (https://4chanmusic.fandom.com/wiki/Essential_Charts) e per ognuna di essere associare un file torrent con il pezzo di archivio al suo interno. Massimo potenziale divulgativo, massima accessibilità.