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    Aggiungerei che anche gli sviluppatori “volontari” nell’open source sono complici ogni volta che accettano sponsorizzazioni e finanziamenti dalle stesse aziende che lucrano su utilizzi socialmente dannosi della tecnologia.

    L’open-washing di Fosdem e simili, le summer of code, gli sponsor ripagati con i dati degli utenti, gli errori architetturali lasciati irrisolti per permettere attacchi personalizzati che non lasciano traccie…

    Non sono solo i lavoratori ad essere complici.

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      Beh, le contribuzioni open source sono comunque lavoro. Non pagato, “volontario”, in una “gift economy” ma sono comunque lavoro. Però sì, chiaramente il punto vale anche e sopratutto nell’open-source, dove il senso di deresponsabilizzazione dato dal “io lo butto lì nei commons, poi cosa succede non lo so e non mi interessa” è ancora più forte.

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        “Commons” che spesso sono beni comuni disponibili solo a chi ha risorse esorbitanti.

        Sono “commons” solo formalmente: compilare da zero Chrome o AOSP è possibile per pochissimi. Avere il tempo di ispezionarne il codice (usufruendo della libertà di leggerlo e studiarlo) ancora meno.

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      La parola “complici” è pesante e mi pare tra l’altro che Snowden non la usi. Comunque qui la questione è fondamentalmente l’obiezione di coscienza, argomento spinoso e per molti un lusso che non ci si può permettere di considerare.

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        Ma chi finiva in carcere per non prestare il servizio militare di leva, poteva permetterselo?

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          No. Quindi? Lo consiglieresti? Rimane una scelta individuale.

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            Quindi non proporrei il poterselo permettere come un alibi. Ce lo possiamo permettere.

            E non è un comportamento che mi limito a consigliare: lo pratico.

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              Io parlerei (e agirei) per me. Dire che tutti se lo possano permettere è arroganza. Anche se tendenzialmente farei lo stesso non biasimerei chi non lo fa per necessità.

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                Non è questione di biasimare qualcuno, ma di discutere facili alibi.

                Se per paura di offendere qualcuno non affermiamo con chiarezza che dire “No” è sia doveroso che possibile, facciamo il gioco degli oppressori che ci vogliono divisi e allineati nei ranghi.

                Noi possiamo dire “No.”

                Più di quanto possano fare in Cina o di quanto potessero i Testimoni di Geova durante il fascismo.

                Sostenere il contrario è mentire pietosamente a sé stessi.

                Affermarlo non è arroganza, ma consapevolezza politica del potere e della responsabilità che deriva dalla conoscenza.

                Può apparire come “arroganza” solo a chi ha accettato di essere suddito e vede un cittadino che lo invita a sollevarsi come un esaltato sovversivo.

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                  Non ci capiamo, temo. Non metto in dubbio il potere di farlo, né l’opportunità di farlo, metto in dubbio la generalizzazione. È chiaro che si può, ma rimane una scelta individuale. E molte situazioni individuali per me riescono a giustificare un comportamento anche se non lo approvo. L’arroganza sta, per me, nel dire che ciò che è giusto per me è giusto per tutti. Questo non vuol dire che non bisogna perseguire e lottare per ciò che si ritiene giusto, significa solo riconoscere la diversità. L’obiezione di coscienza si può fare sia per la leva che per l’aborto che per altre decine di cose diverse e opposte oltre al lavoro. Quindi quando ci riferiamo al tema invito a tenerne conto.

                  P. S. Ti pregherei di non darmi del suddito perché da anarchista lo trovo offensivo.

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                    Non era naturalmente mia intenzione offenderti, ma farti riflettere.

                    Certamente conosci la pedagogia degli oppressi di Freire e sei consapevole di come gli oppressi tendano ad interiorizzare i valori che permettono di mantenere l’oppressione e li spingano addirittura a riprodurla inconsapevolmente non appena riescono ad ottenere un minimo di potere.

                    L’individualismo è uno dei valori fondamentali del capitalismo statunitense, un dividi et impera che è sia funzionale al marketing (segmentazione del mercato), sia nel mondo del lavoro (diffidenza nei confronti dei sindacati…), sia ovviamente per isolare e depotenziare gli individui stessi.

                    Io non sto facendo una affermazione etica, ma politica: chi non si oppone non è “cattivo”, ma “succube”, sottomesso… può darsi mille giustificazioni ed alcune saranno persino comprensibili, ma politicamente, socialmente, il risultato è una accettazione ed una promozione (quando non uno sfruttamento a proprio vantaggio) dello status quo, dell’ oppressione.

                    Per questo non dobbiamo accettare alibi.
                    Per evitare che “tanto se non lo faccio io lo farà un’altro” ci spinga tutti a remare sulla barca degli schiavisti.

                    Possiamo sempre dire “No”.