1. 1

    Ma quanto è affidabile quel sito? Perché a me sembrano stipendi molto bassi. Manca poi un parametro fondamentale: gli anni di esperienza. Uno sviluppatore junior alla prima esperienza prende $25K e lo stesso stipendio viene dato ad uno sviluppatore senior con 20 anni di esperienza? Mancano poi molti ruoli chiave, come ad esempio l’architetto.

    1. 2

      E’ un agenzia del lavoro, ci ho fatto un’intervista da loro una volta, e penso abbiano quei dati per forza visto quel che fanno. Per gli anni esperienza penso che abbiano semplificato questo punto e applicato una media tra i dati di junior/middle/senior.

      1. 2

        Ma se usano solo i loro dati hanno una visibilità limitata del mercato. La mia azienda, ad esempio, assume in maniera diretta senza passare da queste agenzie, e così fanno tante altre multinazionali.

        1. 2

          Attualmente, oltre all’incorporare i dati dalle richieste di lavoro dei loro clienti(aziende), i dati li comprano da compagnie specializzate in raccolta e rivendita di questo tipo di dati. Perchè anche il cliente(azienda in cerca di lavoratori) potrebbe esporre aspettative economiche/contrattuali diverse dal mercato attuale e c’è bisogno di dargliene nota in tal caso.

    1. 2

      Sebbene rispecchi l’esperienza comune, senza avere i dati grezzi o più dettagli sulla metodologia, ragionare su quei numeri ha poco senso.

      Sopratutto che cos’è un web developer? Un front-end developer? Un developer back-end specializzato in siti web?

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        La mia idea di web developer è di qualcuno che ha più a che fare uno sviluppo esclusivamente web senza logica business di un back-end, un front-end ed un back-end vanno in coppia invece a livello collaborativo per progetti che hanno bisogno di sofisticata interfaccia utente per il business e un software server che regga le logiche di business.

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        Sono estraniato sul: “persone che sanno lavorare con pazienza quando sotto pressione”

        Lo interpreterei come:

        1. Gli imprevisti sono una cosa comune al posto di essere l’eccezione
        2. Con l’approccio alla pazienza o intendono che non ti deve fregare tanto delle problema contestuale e fare il possibile con la circostanza in essere oppure succhiare e’ lavorare anche extra, con pazienza, per riuscire nell’obiettivo corrente.

        Voi come lo interpretereste?

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          Red flag senza appello. Vuol dire che si lavora a cazzo di cane e si mettono deadline irrealistiche (o non si sa pianificare). “pressione” è una codeword per “ambiente di lavoro tossico”

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            Red flag senza appello. Vuol dire che si lavora a cazzo di cane e si mettono deadline irrealistiche (o non si sa pianificare). “pressione” è una codeword per “ambiente di lavoro tossico”

            Non è così che va intesa. Essere in grado di lavorare sotto pressione è la capacità di non perdere il controllo di fronte a problemi di qualsiasi natura, le deadline irrealistiche che citi potrebbero essere solo una delle cause ma ce ne sono tante altre: clienti difficili, fault in produzione, colleghi che non la pensano come te, trasferte continue, problematiche tecnologiche di non facile soluzione, ecc. Ovviamente ci sono anche i tempi stretti ma non pensare che siano sempre dovuti a PM che pianificano a cavolo.

            Se leggi bene il testo non c’è scritto che bisogna lavorare sotto pressione, ma “lavorare con pazienza quando sotto pressione, essere determinate e capaci di gestire con entusiasmo situazioni complesse”. Significa non perdere la pazienza di fronte a problemi ma rimboccarsi le maniche e riuscire a superarli. È una qualità che si acquisisce con gli anni e che di solito i profili più junior non hanno.

            Ti faccio un esempio, l’anno scorso, in un progetto con un cliente difficile (il cliente, non la deadline) uno dei nostri giovani neo-assunti è andato nel pallone, non ha retto il confronto, ha iniziato a rispondere male a tutti, a dare in escandescenze e dopo un po’ ha deciso di rassegnare le dimissioni. Io sono entrato nel progetto troppo tardi, quando erano disperati, li ho aiutati a risolvere i problemi e siamo andati in produzione entro i tempi previsti, ma ormai il collega aveva deciso.

            Semplicemente quella persona, pur se molto in gamba da un punto di vista tecnico, non aveva la maturità necessaria per mantenere la calma di fronte a situazioni difficili. È proprio questa maturità che cercano. Non dimentichiamoci che siamo in un contesto governativo dove forse chi fornisce delle scadenze non è un semplice PM ma il Governo stesso.

            Io circa una quindicina di anni fa fui ammesso ad un esame interno per un avanzamento di ruolo (da sviluppatore ad architetto). Si tenne a Lisbona, furono i due giorni più e pesanti della mia carriera lavorativa. Ero sull’orlo della disperazione, avremmo dormito sì e no tre ore a notte, ma riuscii a mantenere la calma e ad arrivare fino in fondo. Quando mi dissero che ero passato mi spiegarono anche che non erano interessati alla soluzione in quanto tale ma a valutare come reagivamo se messi in una situazione difficile. Lo chiamano lavorare “out of comfort zone”. Quindi era una situazione artificialmente stressante (e fu la più stressante che ho mai avuto in 22 anni di lavoro) ma io ovviamente non lo sapevo. Fu anche una delle esperienzi più formanti di tutta la mia vita e devo a quei due giorni parte di quello che sono ora.

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              Sì ma perché io da professionista devo sottopormi ad un trattamento del genere quando ho l’opzione di non farlo? A parte il rispondere male, non biasimo il collega che se ne è andato. Una volta può succedere che si vada in situazioni così, ma alla seconda mi licenzio anche io. Se si va in questa situazione per colpa mia, posso anche prendermi la merda, ma se, come quasi sempre succede, il problema è di chi ha pianificato e negoziato col cliente, e la merda me la prendo io come tecnico c’è qualcosa di sbagliato. Il problema è che se lo chiedi in un job posting è perché già succede e se già succede, quella è un’azienda in cui non andare.

              Tu la inquadri come una skill perché ci sei dentro, ma avendo visto quel mondo dove queste cose sono normali (consulenza bancaria in Italia) ed essendone fuggito, io la inquadro come rassegnazione e selezione passiva: chi sopravvive a quel mondo ci resta dentro e con gli anni impara a sopportare e galleggiare, gli altri semplicemente se ne sono andati prima.

              C’è un bel libro sul tema scritto dal CEO di BaseCamp: https://www.amazon.de/Doesnt-Have-Be-Crazy-Work/dp/0062874780

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                se, come quasi sempre succede, il problema è di chi ha pianificato e negoziato col cliente, e la merda me la prendo io come tecnico c’è qualcosa di sbagliato

                Continui a generalizzare. Questa è solo una delle situazioni che possono portare a lavorare sotto stress, ma non è certo la sola. Anzi, questa è quella più facile da individuare e da gestire. Ti faccio due esempi.

                L’ultima volta che come sviluppatore ho subito una pianificazione irrealistica invece di lamentarmi e fare la vittima, ne ho imposta una io al PM. Secondo me ci volevano 5 gg per sviluppare una funzionalità, il PM la voleva in 2. Gli ho detto: “Se vuoi che te la faccio io, ci vogliono 5gg, altrimenti sei libero di trovarti un altro sviluppatore che te la faccia in 2gg con lo stesso livello qualitativo con il quale te la farei io”. Risultato: la feci io nei 5 giorni che avevo preventivato, il PM borbottò un po’ all’inizio ma poi cedette.

                Dall’altra parte della “barricata”, l’unica volta che ho fatto il project manager le stime le facevo fare ai miei sviluppatori, non le facevo certo io anche se avevo sulle spalle almeno 10 anni di sviluppo in più dei miei “ragazzi”. Inoltre, quando andavo dal cliente le aumentavo pure, perché, si sa, i giovani sono sempre ottimisti. Risultato: consegne puntuali e cliente contento. Il PM precedente era stato defenestrato dal cliente perché bucava sempre le date in quanto faceva le stime lui e costringeva gli sviluppatori a fare gli straordinari, si lavorava sotto stress con esaurimenti collettivi. Da quando sono entrato io al posto del PM precedente, gli straordinari sono arrivati a zero e la qualità aumentata unitamente alla soddisfazione delle persone. Alle 18 staccavamo dall’ufficio e ce ne andavamo tutti a cena fuori, al cinema, a fare un giro, ecc.

                Il PM precedente non aveva saputo reagire ad una situazione di stress (cliente che pressava), io, invece, sono riuscito a tenerlo a bada e schermare gli sviluppatori. All’inizio il cliente si lamentava, poi ha apprezzato il fatto che non bucavamo più nessuna data e quando sono andato via dal progetto il cliente stava facendo saltare il contratto perché non voleva che andassi via.

                Saper lavorare sotto stress per me significa proprio questo, riconoscere la situazione difficile e fare in modo che non sia da impedimento ma che si tramuti in una maniera migliore di lavorare.

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                  L’ultima volta che come sviluppatore ho subito una pianificazione irrealistica invece di lamentarmi e fare la vittima, ne ho imposta una io al PM. Secondo me ci volevano 5 gg per sviluppare una funzionalità, il PM la voleva in 2. Gli ho detto: “Se vuoi che te la faccio io, ci vogliono 5gg, altrimenti sei libero di trovarti un altro sviluppatore che te la faccia in 2gg con lo stesso livello qualitativo con il quale te la farei io”. Risultato: la feci io nei 5 giorni che avevo preventivato, il PM borbottò un po’ all’inizio ma poi cedette.

                  Beh io parto dall’assunto che le stime le facciano gli sviluppatori, non i PM. Se le stime le fanno i PM o ancora peggio i sales/manager, è un’altra redflag.

                  Dall’altra parte della “barricata”, l’unica volta che ho fatto il project manager le stime le facevo fare ai miei sviluppatori, non le facevo certo io anche se avevo sulle spalle almeno 10 anni di sviluppo in più dei miei “ragazzi”. Inoltre, quando andavo dal cliente le aumentavo pure, perché, si sa, i giovani sono sempre ottimisti. Risultato: consegne puntuali e cliente contento. Il PM precedente era stato defenestrato dal cliente perché bucava sempre le date in quanto faceva le stime lui e costringeva gli sviluppatori a fare gli straordinari, si lavorava sotto stress con esaurimenti collettivi. Da quando sono entrato io al posto del PM precedente, gli straordinari sono arrivati a zero e la qualità aumentata unitamente alla soddisfazione delle persone. Alle 18 staccavamo dall’ufficio e ce ne andavamo tutti a cena fuori, al cinema, a fare un giro, ecc.

                  Ci mancherebbe. Il cliente spesso e volentieri è inerme rispetto alle stime e va “ammaestrato” a normalizzare stime molto rilassate. La pressione non viene necessariamente dal cliente ma dal management che vuole fare più soldi in meno tempo, spremendo i dev e rifilando palta al cliente. Spesso il cliente è solo un fantoccio in questo.

                  Saper lavorare sotto stress per me significa proprio questo, riconoscere la situazione difficile e fare in modo che non sia da impedimento ma che si tramuti in una maniera migliore di lavorare.

                  Prevenire lo stress è diverso da lavorare sotto stress. I dev devono imparare a schermarsi dalle richieste del management e del cliente e saper dire “no, io questa cosa non te la faccio” e i PM, quelli bravi, devono imparare a dire no al cliente. Se tutti dicono sempre sì, viene fuori lo stress. Stiamo pensando allo stesso modello ma a dire no, lo stress non si materializza perché nessuno si aspetta di avere risultati in tempi troppo stretti.

                  Però tornando al punto originale: se uno mi scrive “persone che sanno lavorare con pazienza quando sotto pressione” non ci vedo nulla di ciò che stai descrivendo tu. Ci vedo una richiesta di persone che dicano sempre sì e sopportino le conseguenze (che è il desiderio di ogni datore di lavoro).

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                    PM, quelli bravi, devono imparare a dire no al cliente

                    Esattamente. Speriamo ci sia qualche PM in ascolto! 😀

                    Però tornando al punto originale: se uno mi scrive “persone che sanno lavorare con pazienza quando sotto pressione” non ci vedo nulla di ciò che stai descrivendo tu. Ci vedo una richiesta di persone che dicano sempre sì e sopportino le conseguenze (che è il desiderio di ogni datore di lavoro).

                    In generale hai ragione, ma devi valutare il contesto specifico che è il tema del thread: non è un’azienda privata che cerca bassa manovalanza da sfruttare, si tratta di un incarico governativo con posizioni di una certa responsabilità e con stipendi che vanno dai €60K ai €100K; le fonti di stress non sono sicuramente solo quelle che tu citi.

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              Mah, non sono d’accordo. A mio modo di vedere significa riuscire a far capire a chi non è del nostro mondo che ci sono dei tempi da rispettare per ottenere un certo tipo di risultato. Le pressioni dall’alto ci sono ovunque, saperle gestire è una competenza che dobbiamo sviluppare.

              1. 1

                Le pressioni dall’alto ci sono ovunque

                non direi. E non mi sembra il cazzo di normalizzarle. Ci sono tanti posti dove il software si consegna quando è pronto, non quando lo dicono in manager. Ci sono posti dove non c’è nemmeno un “alto” che ti può far pressione.

                saperle gestire è una competenza che dobbiamo sviluppare.

                Se per gestire intendi “rimbalzare le richieste irrealistiche e irresponsabili” mi trovi d’accordo. Se vuol dire imparare a tagliare di qua e di là per far contento un manager o consegnare in tempo, no.

                1. 1

                  Intendo la prima, ovviamente! Per quanto riguarda invece il discorso pressione dall’alto, sarò stato sfortunato io, che ti devo dire ;)

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                    è comune, non è che dico di no, ma non per questo è giusto o la strategia debba essere normalizzare questa condizione. Le cooperative esistono, le startup ad organizzazione orizzontale esistono. Le strutture e le ideologie corporate sono chiaramente comuni nel settore ma, oltre ad essere incompatibili con la produzione di software di qualità, sono incompatibili col benessere del lavoratore. Si gestiscono i team di lavoratori con precetti e idee nate più di un secolo fa che ad oggi sono anacronistici, un lascito da eliminare, non da rinforzare sottomettendovisi

          1. 1

            Mi piace quando ammettono: “Molto è stato fatto nell’ultimo periodo, ma la maggior parte dei programmi non è allineata e numerosi sistemi e siti sono stati costruiti con tecnologie obsolete, con insufficiente attenzione alla “user experience”, scarsa integrazione e, spesso, mancanza di interoperabilità”

            Finalmente si rendono conto che sottoporre questi tipi di lavori a societa’ esterne raccomandate non e’ un criterio che porta al successo della digitalizzazione del bene pubblico.

              1. 2

                -_- e per quelli che non hanno/vogliono Spotify?

                1. 1

                  Ma ha senso avere questa piattaforma italiana filtrata per Italiano?(buffo) Poi si potrebbe aggiungere una regola per tradurre almeno i titoli in Italiano al momento dell’invia articolo?

                  1. 5

                    Ci ho pensato a mettere invece la tag “inglese” e in linea di principio sarei d’accordo: l’Italiano è lo standard della piattaforma, l’inglese l’eccezione. Tuttavia sarebbe un po’ voler negare la realtà quindi la tag “Italiano” è un po’ più pragmatica perché prende coscienza del fatto che la maggior parte dei contenuti sono in inglese. Nulla vieta di mettere due tag e tagliare la testa al toro, ma la proliferazione delle tag è un problema di per sé quindi volevamo evitare se possibile. Vediamo se questa critica è ricorrente e nel caso aggiungiamo inglese.

                    Poi si potrebbe aggiungere una regola per tradurre almeno i titoli in Italiano al momento dell’invia articolo?

                    Se ne discusse agli inizi e si concordò che era meglio evitare. Le ragioni erano che:

                    1. se hai il titolo in italiano, ti aspetti un contenuto in Italiano
                    2. la traduzione è una forma di editorializzazione del titolo, che è una cosa che sarebbe da evitare in generale
                    3. se non sai leggere l’inglese, non potrai leggere l’articolo quindi avere il titolo in Italiano non ti serve
                    1. 2

                      Vista da questi punti di vista, ci sta il ragionamento.

                      Il mio italiano sta andando a farsi fottere per tutta la roba che leggo in inglese -_- heh

                  1. 3

                    Da diversi articoli lo stesso autore suggerisce la tesi che Facebook sia un vero e proprio Stato, con le sue leggi, la sua “polizia”, e il suo territorio (non fisico ma virtuale).

                    Tale “stato” può influenzare la popolazione (dando esagerata visibilità a ciò che ritiene utile, riducendola abbondantemente a ciò che ritiene inutile), cioè può letteralmente “fare politica” nei confronti di altri Stati (oltre che il mercato pubblicitario). Lo stesso si può dire di Google, Twitter, Reddit, e di praticamente qualsiasi altra piattaforma con un po’ di milioni di utenti.

                    Qualunque idea vi siate fatti di “Uriel”, la tesi non pare del tutto campata in aria.

                    p.s.: l’immaginetta NSFW inserita nell’articolo è solo un suo modo di “tastare il terreno” per misurare quanto sèguito ha ancora (ed infatti è stato condiviso persino qui, primo caso su gambe.ro di contenuto NSFW).

                    1. 2

                      Se si considera che il suo motto da giovane era questo si capisce assai.

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                        Lo leggevo da tempo immemore e ci conversavo non molto tempo fa nel forum privato, oggi e’ stato solo un volere random quello di condividerlo qui, a prescindere dal post ;)

                      1. 2

                        Solo dopo averlo letto in inglese mi sono accorto che bastava premere il tastino ita in alto a destra. Poi per scrupolo ho controllato il mio Liferea, e le uniche fonti in italiano riguardano… uh… argomenti non informatici, perché mi avevano stufato quei siti web che traducono (poco e male) materiale inglese per appiopparci strisciate pubblicitarie e script per rilevare uBlock.

                        Leggo spesso che i recruiter americani gradiscono che il candidato abbia un blog tecnologico (col quale dimostra di saper spiegare e documentare) e un ricco profilo github. In Italia invece conti solo se costi meno dello stagista che stai andando a rimpiazzare…

                        1. 2

                          Heh, non ti biasimo sul “stufato”

                          Attualmente non ho un blog tecnologico sul mio sito professionale, questo e’ un blog che sto dedicando a tutte quelle cose che voglio brutalmente sputare senza impattare la mia figura professionale e perche’ sinceramente non mi importa di mantenere un’identita’. Ed il mio GitHub professionale espone pubblicamente solo sciocchezzuole passate, poiche’ sulle cose serie su cui voglio renumerare piu’ in la attualmente le mantengo private e in generale l’HR ha veramente poco interesse a guardare su questo fronte.

                          Concordo con l’ultimo punto e prima di ogni ulteriore discussione con gli HR la prima cosa che faccio e’ puntarli a una pagina web non indicizzata di FAQ ove espongo tutti i dettagli e stai certo che li incoraggio a lasciarmi perdere se la mia aspettativa economica non rientra nel loro budget, cosa che spesso prosegue con la scomparsa dell’HR dalla discussione e dalla mia testa, tutto con il minor effort :D Penso che ne scrivero’ un blog post a riguardo…

                        1. 3

                          Ciao Loosy. Ho visto che hai chiesto informazioni in italiano. Rimanendo sui temi di Gambe.ro ti consiglio: il podcast 2024, il podcast seminari di Informatica Umanistica e il podcast Dataknightmare. Ti consiglio poi la sezione tecnologia di Valigia Blu.

                          Forse ti interessa anche aggiungere al feed il mio blog [warning: self promotion] https://pieghe.wordpress.com . Ammetto che spesso faccio post su argomenti base base e non hanno certo il valore di un longform, però boh, magari una volta scrivo qualcosa che ti può interessare. Tipo lunedì pubblico una cosa sul voto elettronico.

                          1. 1

                            Appena ho tempo seguo i tuoi puntamenti senza link .-.

                            Mi piace la spudoratezza dell’autopromozione, ben fatto :D

                          1. 3

                            É anche difficile trovare blog in italiano visto che tutti scriviamo/commentiamo sui siti in inglese. Da qualche parte bisogna cominciare!

                            1. 1

                              Per questo sono curioso dell’evoluzione di gambe.ro, ma e’ un po’ deprimente vedere titoli in inglese qui, non importa tanto se l’articolo dall’altra parte e’ in inglese(un modo che lo indicasse sarebbe utile) ma almeno percepire il titolo in italiano rendere piu’ leggittimo questo spazio agli hacker italiani (imo).

                            1. 3

                              Dubbi seri che la maggior parte del web sia in inglese. La ru.net e l’internet cinese sono belle grosse. Idem per quello spagnolo. Ti sembra che il web sia in inglese perché sei tagliato fuori dal resto.

                              Sul centralizzare non sono d’accordo: scrivere in una lingua vuol dire pensare in quella lingua. Scrivere tutti nella stessa lingua vuol dire tagliare fuori tutti le stesse espressioni e pensieri che non possono essere espressi in quel linguaggio, col risultato di limitare quello che si può dire e pensare come collettività.

                              1. 1

                                Se parli della mole di informazioni di tutta l’internet pubblica, confermo che le lingue sono distribuite per paese in modo proporzionale alla popolazione per quanto concerne la generazione||consumo delle informazioni locali, ma appena ti affacci a delle domande che non possono||sono risposte localmente la lingua franca diventa l’inglese e poiche’ i miei interessi ruotano attorno le aree tecniche e socio||politiche globali ho solo da consumare le informazioni su quelle due aree in inglese. Se solo in Italia ci fosse un’ingaggio altrettanto aperto, vasto e critico su quelle due aree… Comunque il tutto era sulla prospettiva di cio’ che consumo e su cui non ho trovato fin’ora alternative italiane, forse eccetto quello che nominai nel post e gambe.ro, quest’ultimo ancora sotto valutazione da parte mia ;)

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                                Frega niente a nessuno a mio avviso, se appunto non usato a fini legali come contratti dove la figura e’ presupposta ad essere iscritta all’albo.

                                Mi definisco ingegnere nella firma per l’atteggiamento che ho nei confronti del mio lavoro senza avere la laurea.