1. 2

    Sto sviluppando una forma di RSI ad entrambe le braccia dopo essermi preso una pausa dalla palestra che terminerà oggi (e spero risolva parte dei problemi).

    Mi dispiace davvero un sacco, spero si risolvi presto.

    Avete risolto? Come limitate i danni? Cosa ha funzionato per voi?

    Io ho avuto principalmente problemi di cervicale che ho risolto alzando lo schermo. Ho una scrivania alzabile che mi permette di lavorare anche da in piedi. Soprattutto per chi ha problemi di schiena questo potrebbe darvi una mano.

    Riguardo a compressioni a livello di polsi ed avambracci sono sempre stato abbastanza attento a tenere una postura in cui i sono gomiti attaccati ai poggia gomiti della sedia e le mani direttamente sulla scrivania senza formare strani angoli.

    1. 3

      Ottimo design: Amazon Recommendation System - Spesso comprati insieme - fa leva su Social Influence & Relatedness e Empowerment of Feedback - ergo, se altri li hanno comprati, allora potrebbero servire sicuramente anche a me! Se ricordo correttamente questa feature portò un incremento del 30% circa dei profitti derivanti dall’e-commerce.

      Pessimo Design: AWS/GCP dashboard (come [s]consiglia anche @frollo) - UI/UX overflow - ti esplode la complessità del sistema in faccia poiché hai troppa scelta. Motivo principale per cui le evito come la peste e si tratta l’infrastructure as code.

      1. 1

        Sarebbe interessante cercare di capire quanto la pessima UX di uno dei principali (anzi, per un po’ del principale) cloud provider del mondo abbia incoraggiato sviluppatori e sistemisti ad abbracciare la via dell’infrastructure as code. Che sarebbe una bella idea comunque, ma ammetto di trovarla meno allettante da quando abbiamo cambiato cloud provider.

        1. 2

          Io sono di parte, poiché i miei mentori, ma anche i miei colleghi hanno sempre e solo gestito l’infrastructure as code. Penso che sia il modo più ‘sano’ e metodico per poter gestire un’infrastruttura cloud. Ovvio che se parliamo di una manciata di macchine allora si può scegliere la via della dashboard. Mentre nel caso di cluster non vedo altra via.

          1. 2

            Sono d’accordo con @ReDeiPirati: infrastructure-as-code tutta la vita! E la scelta non dipende da quanto sia figa la web interface del tuo cloud provider, quello secondo me non c’entra nulla, gli aspetti da tenere in considerazione sono altri:

            1. tracciabilità (è tutto su Git)
            2. ripetibilità
            3. automazione
            4. backup e rollback impliciti (è tutto su Git)
            5. scaling on demand
            6. facilità di spostarsi su altro cloud provider
            7. ecc. ecc. ecc.

            Vale la pena anche per una manciata di macchine. Vale la pena anche per una sola macchina se di produzione.

            1. 1

              Concordo. Il mio ragionamento partiva dal fatto che, finché dovevo usare la dashboard di AWS (ho vissuto Google come una boccata d’aria), qualunque modifica manuale all’infrastruttura mi dava davvero fastidio. Ora che abbiamo cambiato provider, se devo farlo, mi dico “vabbè, male che vada ci perdo 5 minuti”. Ecco, nel primo caso, prima o poi, avrei provato anch’io a inventare infrastructure as code, se non ci avesse pensato qualcun altro, oggi questo bisogno non lo sento più, pur riconoscendo i vantaggi dell’approccio.

          2. 1

            Grazie mille per gli spunti, non avevo proprio pensato ad Amazon (lato e-commerce)!

          1. 5

            Dice un tot di cose vere che il programmatore medio dovrebbe assolutamente sapere ma la sua rassegnazione all’esistente e il suo individualismo sono parte del problema. 6/10, non lo inviterei nella mia cooperativa.

            1. 1

              Cosa intendi con “il suo individualismo”?

              1. 3

                beh tipo quando dice che i tuoi colleghi non devono essere tuoi amici. Quella forse è già ben oltre l’individualismo e sfora direttamente nella psicopatologia.

                Tolto quello, vive l’ambiente del lavoro, la carriera e il mercato del lavoro come una competizione (giusto) ma invece che lamentarsi dello stato delle cose, lo accetta e non lo mette in discussione. Questo perché parte da una posizione individualista che normalizza la competizione tra esseri umani invece che la cooperazione.

                In generale modella le relazioni umane (tipo il networking) come un sistema di segnali, come fosse una prospettiva cibernetica, tagliando via appunto la dimensione umana. Modellare gli individui come esseri razionali immersi in una rete di interazioni tra eguali è anch’essa ideologia individualista.

                1. 2

                  Riguardo il discorso sugli amici al lavoro, non mi sentirei di criticarlo troppo, nel senso che, molto cinicamente, sta dicendo di non “illudersi che tutti siano sempre amici sul lavoro”. Il che e’ vero, anche se e’ un’affermazione che dipende molto dal contesto lavorativo. Mi sembra saggio non essere troppo ingenui in merito. D’altra parte l’immagine che dipinge non e’ una verita’ universale, ci sono tanti ambienti di lavoro dove si creano amicizie sincere e durature (io ne ho vissute personalmente). Ma considerando il contesto del suo discorso e il tipo di suggerimenti che fornisce per farsi una carriera, il suo consiglio sui rapporti coi colleghi e’ ancora piu’ valido. Lui stesso consiglia un percorso di carriera e di obiettivi personali che ti porteranno inevitabilmente (al giorno d’oggi) a trovarti con dei colleghi che vogliono farti le scarpe.

                  1. 1

                    La parte amici/colleghi io l’ho intesa come “tizio, la situazione è più o meno questa. Attento o ne rimarrai deluso”. Non vedo nessuna imposizione comportamentale. Non mi sembra neanche stia dicendo “tratta tutti come estranei e non legare”. Quello sarebbe un po’ da psicopatici.

                    Riguardo l’ultimo punto, si capisce che l’autore vuole trasmettere la sua visione di un mondo del lavoro austero, arrampicatore, che predilige l’individuo alla collettività. Ma non sono totalmente convinto che questo rispecchi l’ideologia dell’autore stesso. In realtà non essendoci alcuna soluzione proposta, come hai fatto notare, è difficile farsi un’idea.

                    Piccola postilla riguardo “Modellare gli individui come esseri razionali immersi in una rete di interazioni tra eguali è anch'essa ideologia individualista.
                    Perché individualista? Per me è il punto di partenza. La collettività la vedo come frutto di queste interazioni. (se OT chiedo scusa)

                    1. 2

                      La parte amici/colleghi io l’ho intesa come “tizio, la situazione è più o meno questa. Attento o ne rimarrai deluso”. Non vedo nessuna imposizione comportamentale. Non mi sembra neanche stia dicendo “tratta tutti come estranei e non legare”. Quello sarebbe un po’ da psicopatici.

                      Se tieni a distanza il prossimo, il prossimo terrà a distanza te. Una profezia che si autoavvera. Lui probabilmente non ha mai visto esempi contrari perché si è chiuso a qualsiasi possibilità che questi avvenissero.

                      Riguardo l’ultimo punto, si capisce che l’autore vuole trasmettere la sua visione di un mondo del lavoro austero, arrampicatore, che predilige l’individuo alla collettività. Ma non sono totalmente convinto che questo rispecchi l’ideologia dell’autore stesso. In realtà non essendoci alcuna soluzione proposta, come hai fatto notare, è difficile farsi un’idea.

                      Non mettere in discussione l’esistente è già una scelta, e anche abbastanza forte. Se questa è una guida per il prossimo, vuol dire che sa che le sue parole andranno a influenzare chi legge.Se sa che il sistema esistente è in qualche modo è sbagliato e insegna al prossimo: “guarda, questo è lo stato delle cose, comportati anche tu così” vuol dire che ha una mancanza di empatia e di prospettiva oltre il patologico. Mi sembra invece molto più plausibile il caso che lui scriva da una posizione di: “questa è la mia esperienza, il mondo funziona così, auguri” e dietro non ci sia nessun grado di crtica a quello che lui descrve.

                      Perché individualista? Per me è il punto di partenza. La collettività la vedo come frutto di queste interazioni. (se OT chiedo scusa)

                      Imho perché presuppongono un grado di autonomia dell’essere umano altamente discutibili ed ideologiche. Individualismo non è necessariamente il primo termine che userei, ma sono comunque allineate. Se abbandoni la speranza che i processi decisionali degli esseri umani vengano condotti in autonomia rispetto alle influenze esterne e che l’uomo sia qualcosa di più di una funzione di stimoli esterni, l’impianto individualista vacilla un bel po’.

                2. 1

                  Dice un tot di cose vere che il programmatore medio dovrebbe assolutamente sapere

                  Assolutamente sì! Ci sono troppi programmatori che vivono nei loro mondi “fatati”. È giusto ogni tanto avere testimonianze di una realtà, a volte scomoda, ma che foraggiamo ogni giorno. “Abbiamo scelto” di abbracciare il capitalismo. Bene, queste sono le regole. Se non volete giocare a questo gioco, avete due opzioni (molto approx):

                  • sbattere la testa contro il muro, e vedere il PIL decrescere o stagnare
                  • studiare e validare un diverso modello economico che faccia contente abbastanza persone per potervi dare un seguito.

                  ma la sua rassegnazione all’esistente e il suo individualismo sono parte del problema.

                  Lui era interessato a giocare secondo le regole per il suo quieto vivere piuttosto che cambiare qualcosa. Ha scelto la strada, se vogliamo più semplice, e si è adattato al sistema. Ha fatto la sua scelta, e non c’é nulla di male.

                  1. 1

                    Ha fatto la sua scelta, e non c’é nulla di male.

                    La sua scelta danneggia gli altri, quindi qualcosa di male c’è.

                    1. 1

                      La sua scelta danneggia gli altri, quindi qualcosa di male c’è.

                      Punti di vista (as always). Qualsiasi azione danneggerà qualcuno e favorirà qualcun altro (come suggerisce la terza legge della dinamica: ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria).

                1. 3

                  Oddio, se uno vuole farsi due domande allora notiamo che tra i principali investitori e clienti di Scale vi sono Waymo, Uber e Cruise le quali “soluzioni” per quanto riguarda il self-driving spectrum sono ben note.

                  1. 2

                    Questo è un chiaro esempio di marketing alla “tiriamo acqua al nostro mulino”. In questo caso, sono abbastanza vicino all’opinione di quel “matto” di Elon. LiDAR utile sì, ma non necessario per arrivare a L4-5 per self-driving car.

                    1. 3

                      Sì e no.

                      Phrack è fortemente Politica.
                      Paged Out! sembra molto più… moderata.

                      1. 2

                        Si oddio, come ha sottolineato qualcuno se la maggior parte sono R&D allora non vanno fatte girare per il web come losses…

                      1. 4

                        Mi sembra un bel “no true scotman”. Nel senso, alcune delle caratteristiche che attribuisce ai professionisti c’entrano in qualche modo con l’essere professionisti, però tutto l’articolo mi sembra un “chi fa le cose giuste è un professionista, gli altri no”, elencando una serie di valori in cui quasi chiunque si riconoscerebbe, ma senza scavare granché in ciò che vuol dire essere un professionista.

                        Sopratutto in ambito informatico, questo è un tema delicatissimo perché la figura del programmatore “bravo” è molto lontana da una figura professionale. I valori della categoria sono molto lontani dai valori di altre categorie professionali e ad una certa questa cosa ci esploderà in faccia. Gli informatici, come categoria, sono inaffidabili: sul piano etico, sul piano tecnico, sul piano lavorativo e questa cosa prima o poi ci esplode in faccia. Poi oh, anche a me piace venir strapagato per giochicchiare con robe che non dovrebbero andare in produzione ma poi qualcuno ce le fa andare comunque, ma prima o poi il giochino si rompe.

                        Poi vabe’, facciamo finta che l’intero articolo non sia scritto da un’ottica estremamente lavorista, che sennò non ne usciamo più.

                        1. 1

                          Sono estremamente d’accordo sul tuo ultimo punto. Io l’ho interpretata da una angolazione sportiva per semplicità=> amatore : hobbista = professionista : atleta agonista.

                        1. 3

                          Ecco la mia lista personale:

                          1. 3

                            Lingscars è bellissimoooooo! (lacrimuccia di nostalgia)

                          1. 2

                            Intervistando e valutando diversi profili per il ruolo di technical editor.

                            1. 2

                              Per curiosità: che formazione dovrebbe avere un technical writer?

                              1. 3

                                Risposta generale: dipende dalle necessità dell’azienda e da cosa vuole comunicare attarverso il content-marketing. Quindi mi è difficile profilare una formazione “universale” per questo ruolo. A grandi linee gli aspetti più importanti, imho, dovrebbero essere:

                                • ottime capacità divulgative - specialmente scritte (conoscere un argomento è una cosa, saperlo trasmettere è un’altra ancora)
                                • passione ed estesa conoscenza della materia trattata (ma non serve avere un PhD per questo ruolo)
                                • feedback positive (probabilmente il più importante)
                            1. 3

                              L’articolo è interessante e porta molti punti affascinanti (almeno per me, che in università mi ero appassionato alla crittografia e sono finito a fare lo sviluppatore appena uscito), però credo che alla fine si riduca tutto al caro, vecchio e mai abbastanza urlato in faccia alle nuove leve “never do your own crypto”. Che è una cosa che la gente dovrebbe fare al di là di quanto sia spaventosa la matematica dietro a questo o quel sistema.

                              1. 3

                                Totalmente d’accordo sul punto. Il problema è che i devs sono tipo i mastri costruttori di The Lego Movie: hanno un irrefrenabile desiderio nel costruire cose. E se chi li gestisce non sa quello che fa, il risultato è presto detto. In questo caso si parla di crypto, ma per fare un altro esempio, nel mio settore, ognuno vuole costruirsi il proprio IaaS per ML/DL projects senza capire le complessità nascoste poiché ogni azienda dice che i problemi che sta affrontando sono Unici. E poi si vedono tanti bei pastrocchi. Imho, l’unico modo per farli desistere è di comunicare in maniera chiara e cristallina il buy vs build ai vari project managers.

                                1. 2

                                  Concordo, in generale c’è un problema di cultura (e ammetto di esserci cascato anch’io diverse volte), che dipende un po’ dalla tendenza dei dev a dover costruire cose (da cui deriva anche quel malcelato disprezzo verso chi “attacca pezzi di framework”), un po’ dal fatto che ai “piani alti” si tende molto a vedere ogni prodotto come se fosse un dominio totalmente nuovo e mai esplorato prima. Nel mondo della sicurezza il problema è noto da decenni e, almeno nella mia esperienza, spiegato anche in università (una delle prime cose che ci ha insegnato il mio professore di Crittografia è stata “non ritenetevi mai abbastanza bravi da potervi fidare delle vostre implementazioni”), ma effettivamente esiste un po’ ovunque.

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                                    “non ritenetevi mai abbastanza bravi da potervi fidare delle vostre implementazioni”

                                    E io aggiungo sempre “lasciate fare alla NSA che ci protegge!” ;-)

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                                  Esclusi i news aggregator (HN, lobst.rs, etc…), sono iscritto a:

                                  1. 3

                                    Tralasciando il discorso dei moderatori, a mio parere i Social sono diventati l’esasperazione della nostra specie. Un luogo dove letteralmente sfogare i propri malsani istinti e frustrazioni. Ecco alcuni esempi:

                                    [rant on]

                                    • LinkedIn - la terra dell’autocelebrazione (“sono lieto di annunciarvi che dopo 2 anni a FB, oggi passo a Google! blah blah blah”)
                                    • Twitter - uno sfogo “creativo” (lol) con molte voci perse nel vuoto (due to async following mode)
                                    • Facebook - lo sfogo del popolo, del lo-ha-detto-X-quindi-mi-fido, e appartenenza politica/calcistica da bar (“sei proprio un pdidiota, grillino, etc…)
                                    • Instagram - la vetrina dell’ego [rant off]

                                    La cosa “divertenete” è che stanno scatendando l’esatto opposto delle loro Visioni iniziali. A parte rari esempi, il trend comune è di creare bolle o micro-cosmi in cui tutti pensano e parlano nello stesso modo senza possibilità di dialogo costruttivo.

                                    1. 5

                                      Sto aiutando e istruendo il Team a modellare la motivazione degli utenti per migliorare i nostri processi: Sviluppo del Cliente, Indagini di Mercato & Segmento e Sviluppo del Prodotto.

                                      PS: Dopo tanti anni su HN mi fa davvero strano scrivere in italiano di lavoro, lol.

                                      1. 5

                                        PS: Dopo tanti anni su HN mi fa davvero strano scrivere in italiano di lavoro, lol.

                                        Anche a me, da morire, ma l’idea di Gambe.ro è proprio questa: in italiano, di informatica, non ha praticamente mai parlato nessuno, e a tutti fino ad ora è andata bene così.

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                                          Più che altro se ne è parlato in modo disgregato, nel senso che è mancato un luogo di aggregazione virtuale stabile e duraturo.

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                                            duraturo

                                            sgrat sgrat

                                          2. 3

                                            in italiano, di informatica, non ha praticamente mai parlato nessuno

                                            Giovincello, adesso non esagerare. Di informatica in Italiano se ne parla. Poco, spesso male, ma se ne parla e da sempre. Che poi ci vengono a cercare coi bastoni da passeggio sguainati dandoci dei bambini arroganti.

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                                              Ok, ho peccato di giovincellanza. Nel caso di colluttazione però ricordati che loro hanno il monocolo, non si picchiano quelli con gli occhiali.