1. -

    Bella chobeat! Intanto complimenti per il progetto che stai portando avanti anche qui in Italia.

    Domanda: quando citi il libro di Silvio Lorusso con “questo termine descrive la condizione in cui il lavoro precario e l’imprenditorialità si confondono in maniera tossica e il lavoratore è costretto a spendere tempo ed energie nel promuovere sé stesso ai clienti”, in questo caso il lavoratore è già ipoteticamente una PIVA? Se si, parliamo di false PIVA? Oppure ti rifai al discorso del lavoratore che si comporta come imprenditore di sé stesso col fine di mettersi in proprio un giorno?

    In generale sono molto confuso, soprattutto nella prima parte in cui si paragona il programmatore alla persona che serve il pranzo in mensa. La seconda non dovrebbe essere già tutelata in teoria essendo una mansione più “rodata” rispetto al programmatore? A differenza del rider invece che, imo, sembra molto più affine alla figura di tech worker (con zero tutele).

    Insomma per farla breve, quale potrebbe essere un vantaggio in termini pratici nell’avere una coalizione dedicata? Quali diritti in più riusciremmo a portare a casa, rispetto alle organizzazioni sindacali standard?

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      Beh un diritto per cui dovremmo certamente lottare è l’attribuzione personale ai singoli lavoratori di copyright e similia.

      Si tratta di un tema che stento a far comprendere pienanente, persino in CGIL.

      Disporremmo di una leva straordinaria per costringere le aziende ad ascoltarci. E potremmo imporre una condotta più etica sia all’interno che verso l’esterno.

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        AH!! Cosa mi hai fatto tornare in mente!!! Diritto del lavoro all’università: proprietà intellettuale.

        Io incredulo: “prof, sicuramente non ho capito ma possibile che se faccio sta roba …… se la becca l’azienda?”. Prof: “Si”.

        Di nuovo io: “ma scusi, quindi anche se io faccio così … sempre dell’azienda?”. Prof: “Si”.

        Ancora io: “Insomma non c’è scampo?” Prof:“esatto”.

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          Il tuo prof probabilmente arrotondava lo stipendio come consulente aziendale.

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            Ma no perché? XD

            Era molto bravo :)

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        in questo caso il lavoratore è già ipoteticamente una PIVA? Se si, parliamo di false PIVA? Oppure ti rifai al discorso del lavoratore che si comporta come imprenditore di sé stesso col fine di mettersi in proprio un giorno?

        Le P.IVA (vere o finte) sono un esempio. Ma anche il programmatore super pagato che spende le sere a coltivare il suo github nella speranza di entrare in qualche startup super-selettiva. Lo stesso per tutti i creativi che fanno portfolii tutto il tempo nella speranza di strappare uno stipendio da fame. La precarietà ha tante forme.

        La seconda non dovrebbe essere già tutelata in teoria essendo una mansione più “rodata” rispetto al programmatore?

        In teoria sì, in pratica sono 40 anni che i diritti acquisiti sono in lenta contrazione. Senza contare che probabilmente chi lavora in mensa non gli dispiacerebbe avere qualche € nel salario, a prescindere. Queste tutele, spesso e volentieri, non garantiscono più da un po’ un lavoro tranquillo per una paga dignitosa.

        Insomma per farla breve, quale potrebbe essere un vantaggio in termini pratici nell’avere una coalizione dedicata?

        L’idea è che se il tuo salario arriva da una stessa fonte e il tuo lavoro viene sfruttato da una stessa fonte, se scioperate o protestate insieme, è più probabile che questa fonte decida di piegarsi. I lavoratori divisi hanno meno leva. E la capacità di “disruption” di lavoratori a livelli diversi è un moltiplicatore di forza, perché rende più complesso per il datore di lavoro reagire o vendicarsi (legalmente o illegalmente).

        Quali diritti in più riusciremmo a portare a casa, rispetto alle organizzazioni sindacali standard?

        TWC Italia non è in conflitto coi sindacati tradizionali, né confederati né indipendenti. TWC non vuole nemmeno essere un sindacato in senso istituzionale. Abbiamo ruoli diversi, competenze diverse ma obiettivi comuni, assumendo la buona fede dei sindacati con cui ci interfacciamo (parentesi che non voglio aprire qui). TWC all’estero funziona sia come scintilla per organizzare i lavoratori in maniera indipendente dove ci sono già forti lamentele (vedasi Google, Microsoft, etc etc), sia come “ponte” tra i sindacati e i lavoratori, spiegando ai lavoratori come possono utilizzare un sindacato (individualmente o collettivamente) e spiegando ai sindacati quali sono le problematiche dei tech worker. Facile puntare il dito contro il body rental e gli straordinari non pagati, ma non basta questo per portare i sindacati nelle aziende tecnologiche: i programmatori non si fidano, non hanno esperienza diretta, spesso nemmeno il mindset per essere ricettivi a questi alieni che vengono e dicono di volerti aiutare. TWC è fatta di lavoratori tecnologici per colmare questa disconnessione. Poi, nazione per nazione, sindacato per sindacato, quali siano le relazioni da tenere dipende. Ma l’idea è di essere un’entità distinta che si relaziona ai sindacati in maniera virtuosa e sinergica per tutte le parti coinvolte.

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        Poverino, chiaramente due calibri diversi

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          ottimo link, come Tech Workers Coalition Berlin è un tema che stiamo cercando di coprire e non conoscevamo l’associazione menzionata nell’articolo. Grazie

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            Figurati, me ne sono imbattuto perchè tra 1 annetto circa inizierò seriamente a cercare lavoro una volta conclusa la magistrale e oltre al paese in cui sto studiando mi interessava la Germania, Berlino in particolare, e mi sembrava giusto anche un po’ capire l’ambiente nella quale mi sarei dovuto trovare.

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              quando è il momento, scrivimi pure se ti serve una mano ad orientarti

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                Grazie mille, gentilissimo!

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            Ho fatto una registrazione di test e mi è arrivata la password in chiaro via email. E’ normale?

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              Errore mio. Credevo che registrazione e login fossero condensate nella stessa pagina. Ho quindi inserito email+password ed ho poi cliccato su registrati. Quella inviata in chiaro era una password temporanea.

              La UI mi ha un po’ fuorviato :)

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                ah sì, ci ero cascato anche io

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                penso di sì, poi puoi cambiartela. Non è il massimo in effetti

              1. 2

                Su questo tema consiglio anche il libro Deep Focus

                1. 4

                  Intendi Deep Work di Cal Newport?

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                    Tra le recensioni su Amazon leggo di persone che danno 1 o 2 stelle perché a quanto pare non riescono a mantanere la concentrazione a causa dei “racconti troppo lunghi”. Lo trovo buffo visto l’argomento trattato nel libro :D

                    I found these to be so long-winded that was very difficult to keep focus and had to just skim through most of them.

                    Credo ci farò un pensierino :)

                    1. 2

                      lui. Potrei aver consigliato il libro col titolo sbagliato ad almeno una dozzina di persone negli ultimi 3 mesi.

                  1. 1

                    LeCun è noto per essere completamente disconnesso dal mondo reale e da come il DL viene applicato.

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                      E del fatto in se hai un’opinione?

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                        Niente di sorprendente: la maggior parte dei dataset è fatto con facce di americani in larghissima parte e se usi un approccio generativo, non puoi generare cose che non hai mai visto. I programmatori se ne sbattono finché non buttano fuori ‘ste robe, l’internet si indigna, ammettono l’errore e finisce lì. Il mese dopo un altro gruppo pubblicherà un altro tool creato con gli stessi dataset e il ciclo ricomincia.

                        1. 2

                          l’internet si indigna

                          Intendevo più che altro su questo. La notizia mi sembra che LeCun abbia cercato di spiegare un aspetto tecnico di una cosa e l’internet si sia indignato. Che non possano generare cose che non hanno visto l’ho capito pure io :D

                          1. 3

                            no, LeCun fa lo STEMlord come al solito. Il problema è reale ed è politico, non tecnico. La scusa non regge. La responsabilità è di chi produce questo software, perché non è che i dati cascano dal cielo o glieli impone il dottore. Poi nel caso del Depixellator non ci muore nessuno e ce ne si accorge, ma quanti sistemi seguono lo stesso pattern e fanno danni che non possiamo vedere?

                    1. 1

                      Bel pezzo con un unico difetto: il femminismo.

                      Lavorare con i dati attraverso un approccio femminista non vuol dire necessariamente occuparsi di donne o di questioni di genere: vuol dire occuparsi del potere.

                      No questo non è femminismo, ma semplicemente un approccio critico politico.

                      Un ottimo approccio se e quando applicato correttamente all’interno di una metodologia rigorosa. Cosa che manca ad alcuni esempi (almeno per come descritti) che sembrano avere più una finalità propagandistica che scientifica.

                      Da un lato è vero che un approccio critico e politico alla raccolta ed alla analisi dei dati può fare emergere modelli alternativi o problematiche ignorate dal mainstream. E questa è cosa buona e giusta. ;-)

                      Ma dall’altro l’autrice sembra suggerire di favorire le analisi che giustificano la propria azione politica, eventualmente progettandole affinchè le giustifichino.

                      In altri termini, sembra suggerire di mentire atraverso la statistica.
                      Cosa che in effetti non mi sorprende particolarmente da un -ismo, ma personalmente non lo considero etico: significa sfruttare l’ignoranza altrui in materia solo per poter porre un tema ed ottenere visibilità.

                      Meglio dunque parlare di approccio critico politico che di -ismi vari…

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                        No questo non è femminismo, ma semplicemente un approccio critico politico.

                        Perché il termine ti fa così paura? Questo è femminismo nel senso accademico del termine, nel senso della disciplina che si occupa dell’analisi dei rapporti di potere tra oppressi e oppressori, tra visibili e invisibili. Se poi la parola ti triggera, mettitela in saccoccia. A me dà fastidio che si usi il termine “Intelligenza Artificiale” perché non ha niente a che fare con l’intelligenza, però ormai quello è e quello ci teniamo.

                        Ma dall’altro l’autrice sembra suggerire di favorire le analisi che giustificano la propria azione politica, eventualmente progettandole affinchè le giustifichino.

                        Si dà per scontato che chiunque faccia ricerca scientifica lo faccia da un punto di vista ideologico e politicizzato. Che ne sia consapevole o meno. L’idea è di compensare quelli che fanno ricerca consapevoli della propria agenda politica o interessi personali insieme a quelli che fanno ricerca senza mettere a fuoco i propri bias e le proprie ideologie (di solito ereditate comodamente dal sistema egemonico).

                        In altri termini, sembra suggerire di mentire atraverso la statistica.

                        Non vedo cosa c’entri il mentire. SI può fare solida statistica partendo da assunti e prospettive differenti. La statistica non esiste nel vuoto, non è come la matematica. Parte sempre e comunque da una visione del mondo che si vuole validare attraverso i dati.

                        1. 1

                          No questo non è femminismo, ma semplicemente un approccio critico politico.

                          Perché il termine ti fa così paura?

                          Paura? :-D

                          Il macismo dei femministi è sempre divertente. ;-)
                          Solitamente è persino inutile farlo notare… è incompatibile con la loro visione di sé stessi, per cui lo negano, lo rifiutano, troncano la discussione o si lanciano in aggressioni di varia natura.

                          Questo è femminismo nel senso accademico del termine…

                          ROFTL! ! !

                          Il femminismo, in senso accademico, al limite è un movimento socio-politico otto e novecentesco.
                          Che poi alcune femministe con ruoli accademici abbiano utilizzato impropriamente il termine per denotare concetti più ampi nella speranza di mantenere attuale il proprio attivismo e la relativa rete di influenze (aka potere) che questo gli fornisce, non rende tale denotazione “accademica”.

                          A me dà fastidio che si usi il termine “Intelligenza Artificiale” perché non ha niente a che fare con l’intelligenza, però ormai quello è e quello ci teniamo.

                          Se il linguaggio fosse scolpito nella pietra ed immutabile, oggi tu useresti il termine “Negro”.
                          Le parole vanno e vengono. Quando sono sbagliate, si possono cambiare.

                          la disciplina che si occupa dell’analisi dei rapporti di potere tra oppressi e oppressori, tra visibili e invisibili.

                          Quella disciplina ha un nome: “Scienze Politiche”.

                          Peraltro è anche un corso universitario che ho frequentato con ottimi voti da giovane (senza purtroppo conseguire la laurea perché il lavoro ha preso il sopravvento… errore madornale).

                          chiunque faccia ricerca scientifica lo faccia da un punto di vista ideologico e politicizzato

                          Generalizzazione discutibile… ma che condivido abbastanza. :-D

                          L’idea è di compensare quelli che…

                          (non molto) Pia illusione. Molto americana, però.
                          Non è grazie alla contrapposizione di ricerche fallate che l’umanità progredisce, ma dalla confutazione delle affermazioni false e dalla produzione di osservazioni nuove MA verificabili.

                          SI può fare solida statistica partendo da assunti e prospettive differenti.

                          Si DEVE fare solida statistica partendo da prospettive differenti.

                          Ma questo non è quanto sembra suggerire l’articolo, in particolare quando propone a modello ricerche “dal basso” che di scientifico non hanno nulla.

                          Parte sempre e comunque da una visione del mondo che si vuole validare attraverso i dati.

                          Certo!

                          Ma l’attivista, sia esso femminista, razzista, comunista, capitalista etc… non è disposto a vedere la propria visione del mondo FALSIFICATA dal proprio esperimento e dunque progetta l’esperimento affinché confermi la propria visione, giustificandola agli occhi degli altri.

                          Per questo scrivevo (e confermo) che il più grosso limite dell’articolo è il femminismo.

                          Perché all’autrice non interessa la solidità dei dati raccolti durante le indagini che cita, solo il loro potenziale propagandistico per la sua causa.

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                            Che poi alcune femministe con ruoli accademici abbiano utilizzato impropriamente il termine per denotare concetti più ampi nella speranza di mantenere attuale il proprio attivismo e la relativa rete di influenze (aka potere) che questo gli fornisce, non rende tale denotazione “accademica”.

                            Chi decide cosa è accademico e cosa no? Ci sono interi dipartimenti e discipline su questi temi in università prestigiose, non vedo perché tu ti senta libero di sminuire interi campi di ricerca solo perché non ti piacciono i risultati.

                            Se il linguaggio fosse scolpito nella pietra ed immutabile, oggi tu useresti il termine “Negro”. Le parole vanno e vengono. Quando sono sbagliate, si possono cambiare.

                            Non vedo cosa ci sia sbagliato nel femminismo: è relativo al femminile, inteso come la pulsione alla collaborazione, all’empatia e alla risoluzione dei conflitti. Mi sembra perfettamente appropriato.

                            Quella disciplina ha un nome: “Scienze Politiche”.

                            Umh no? Cioè, ovviamente fa parte dei temi che toccano, ma non tutte le scuole di pensiero si occupano di questi temi. E spesso e volentieri lo fanno proprio da una prospettiva femminista, perché considerata la più adatta a studiare determinati fenomeni.

                            Non è grazie alla contrapposizione di ricerche fallate che l’umanità progredisce, ma dalla confutazione delle affermazioni false e dalla produzione di osservazioni nuove MA verificabili.

                            L’idea che l’umanità progredisca e che si possano verificare affermazione è un’opinione tua, tutta da dimostrare. L’idea di progresso e di verifica dell’esperienza sono punti estremamente politici. L’idea che la scienza debba trattare esclusivamente ciò che è verificabile è ideologia e non è certo una prerogativa del femminismo: intere discipline non fanno affermazioni verificabili e intere branche, ad esempio di fisica teorica, non si interessano di fare affermazioni verificabili o falsificabili. Se ti limiti al falsificabile come misura di verità, la maggior parte dei fenomeni non potrai studiarla e rimarrai ignorante. Se l’obiettivo della scienza è sapere di più, rimanere ignoranti non mi sembra un buon modo di procedere.

                            Ma questo non è quanto sembra suggerire l’articolo, in particolare quando propone a modello ricerche “dal basso” che di scientifico non hanno nulla.

                            Perché? La metodologia può essere rigorosa se fatta da un centro di ricerca autonomo nella stessa maniera in cui può farlo un istituto prestigioso. E non è che la ricerca istituzionale e di eccellenza sia priva di scandali di gente che si inventa i dati. Anzi, sembra molto più profittevole prendersi il rischio di inventare roba quando la tua ricerca dipende dalla tua pubblicabilità, come succede il molti ambiti di ricerca.

                            Ma l’attivista, sia esso femminista, razzista, comunista, capitalista etc… non è disposto a vedere la propria visione del mondo FALSIFICATA dal proprio esperimento e dunque progetta l’esperimento affinché confermi la propria visione, giustificandola agli occhi degli altri.

                            Questa è un’affermazione falsificabile? Secondo me no, quindi secondo la tua logica dovrei ignorarla. A me sembra che nessun ricercatore, sopratutto quando i suoi finanziamenti dipendono dai risultati, sia molto contento di falsificare la sua tesi. Non vedo in che modo l’articolo si discosti da questo. La ricerca è fatta da umani con un sistema di feedback ampiamente incompatibile con quello della ricerca che si farebbe in un mondo ideale. Non c’è nessun incentivo nel fallire un esperimento ed è tutto lasciato alla responsabilità personale o alla peer review.

                            Perché all’autrice non interessa la solidità dei dati raccolti durante le indagini che cita, solo il loro potenziale propagandistico per la sua causa.

                            Questa continua ad essere un tuo pregiudizio che in nessun modo traspare dall’articolo.

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                              Beh… anzitutto grazie della risposta ricca di spunti interessanti.

                              non vedo perché tu ti senta libero di sminuire interi campi di ricerca solo perché non ti piacciono i risultati.

                              Assolutamente: se si riesce a scremare la tara ideologi-sta (perdona il neologismo, ma usare “ideologia” per il femminismo contemporaneo mi sembra inappropriato) molte intuizioni femministe sono assolutamente interessanti.

                              Non sono i risultati a non piacermi, ma il metodo.
                              E non tanto perché aggressivamente politico (e polemico), ma perché (spesso) intellettualmente disonesto, pronto a travestire la propaganda da scienza (in questo caso, informatica, statistica o “data science”).

                              Non vedo cosa ci sia sbagliato nel femminismo: è relativo al femminile, inteso come la pulsione alla collaborazione, all’empatia e alla risoluzione dei conflitti.

                              ROTFL ! ! ! :-D

                              Questa è la cosa più maschilista che io abbia letto da mooolto tempo!

                              Anzitutto questa visione delle qualità materne “ideali” (nei sistemi patriarcali) come essenza del “femminile” è esattamente ciò da cui le donne (attenzione, le donne, non le femministe) hanno bisogno di affrancarsi.

                              Poi è una affermazione senza alcuna attinenza con la realtà: le donne sanno essere terribili nel gestire i conflitti, sanno essere crudeli e spietate almeno come gli uomini. Né mi è ancora capitato di discutere con una femminista interessata a comprendere prospettive diverse dalla propria, capace di un dialogo volto ad una sintesi, altro cge empatia e collaborazione.

                              fisica teorica… falsificazione… scienza…

                              Ciò che non è falsificabile non è scienza. Può essere Cultura, un insiene di credenze condivise funzionali al funzionamento di una comunità più o meno estesa, ma non sono scienza.

                              Ne basta che una affermazione sua falsificabile per qualificarla come scienza: il metodo scientifico richiede molto di più.

                              La fisica teorica introduce deduzioni matematiche sulla base delle ipotesi e dei modelli noti, ma non è esente dal confronto sperimentale con la realtà. Una teoria affascinante non viene accettata solo perché elegante. Né perché fa comodo a qualcuno. E possono passare decenni prima che si giunga ad un consenso nella comunità scientifica.

                              La metodologia può essere rigorosa se fatta da un centro di ricerca autonomo nella stessa maniera in cui può farlo un istituto prestigioso.

                              Assolutamente sì, non è questione di prestigio.
                              Ma raccogliere le (lecite) lamentele delle donne che non riescono a trovare un medico disposto ad uccidere un essere umano è giornalismo, non statistica.

                              Può persino essere ottimo giornalismo, ma al di là della mia opinione sull’aborto (una forma terribile di oppressione egemonica della donna che viene convinta ad assumersi la responsabilità dell’uccisione della propria stessa prole, privandola a basso costo del proprio diritto a riprodursi invece di tutelarlo con supporto economico e psicologico o con costosi orfanotrofi, da una società capitalista che la vuole dedita a consumo e produzione), la questione è metodologica: un sondaggio non è una analisi statistica. Venderlo come tale è mentire.

                              Questa è un’affermazione falsificabile? Secondo me no, quindi secondo la tua logica dovrei ignorarla.

                              Mai detto che solo la scienza merita considerazione.

                              Ma proprio perché possiamo discutere di politica senza nasconderci dietro la scienza (assumendoci responsabilità politiche), dobbiamo farlo apertamente.

                              nessun ricercatore, sopratutto quando i suoi finanziamenti dipendono dai risultati, sia molto contento di falsificare la sua tesi

                              In un sistema oppressivo tutti gli oppressi temono la frusta del padrone. Ma comportandosi da schiavi rafforzano le proprie catene.

                              Questa continua ad essere un tuo pregiudizio che in nessun modo traspare dall’articolo.

                              Non un pre-giudizio, ma un giudizio metodologico sul testo e su alcuni esempi proposti dall’autrice.

                              Quanto alla mia opinione degli -ismi vari (in cui gran parte del femminismo contemporaneo rientra) non si tratta di pre- giudizi: ho avuto molti e lunghi confronti, pubblici e privati, con gruppi di attivisti di varia estrazione. Raramente sono interessati a soluzioni che potrebbero funzionare.

                              1. 2

                                Anzitutto questa visione delle qualità materne “ideali” (nei sistemi patriarcali) come essenza del “femminile” è esattamente ciò da cui le donne (attenzione, le donne, non le femministe) hanno bisogno di affrancarsi.

                                Il femminile non è esclusiva delle donne. Esiste negli uomini come nelle donne e nessuno dice che debba essere dominante né in un’individuo né in una collettività. La società patriarcale impone ruoli di genere che impongono alle donne di essere femminili e agli uomini di essere maschili ed è qualcosa che si deve necessariamente combattere per arrivare all’autodeterminazione.

                                Ciò che non è falsificabile non è scienza. Può essere Cultura, un insiene di credenze condivise funzionali al funzionamento di una comunità più o meno estesa, ma non sono scienza.

                                Opinione tua. Molti fisici sarebbero in disaccordo, così come qualunque antropologo, epidemiologo, sociologo etc etc…

                                Una teoria affascinante non viene accettata solo perché elegante.

                                Diglielo agli stringhisti. Che non è una difesa degli stringhisti, ma solo gli oltranzisti della falsificabilità mettono in dubbio che questa sia scienza. La teoria può essere anche falsificata ad una certa o crollare di fronte ad evidenze contrarie, ma pur erronea, è scienza e la formulazione della teoria è parte del processo scientifico. Lo stesso Popper aveva delineato gli enormi limiti del principio di falsificabilità, però per qualche motivo ha attecchito e se l’epistemologia ha progredito, interi settori della scienza sono fermi a 70 anni fa.

                                Ma raccogliere le (lecite) lamentele delle donne che non riescono a trovare un medico disposto ad uccidere un essere umano è giornalismo, non statistica.

                                Può persino essere ottimo giornalismo, ma al di là della mia opinione sull’aborto (una forma terribile di oppressione egemonica della donna che viene convinta ad assumersi la responsabilità dell’uccisione della propria stessa prole, privandola a basso costo del proprio diritto a riprodursi invece di tutelarlo con supporto economico e psicologico o con costosi orfanotrofi, da una società capitalista che la vuole dedita a consumo e produzione), la questione è metodologica: un sondaggio non è una analisi statistica. Venderlo come tale è mentire.

                                Infatti questa è una proposta metodologica che vogliono inserire per ampliare le potenzialità dell’analisi dati. Che comunque il formato del sondaggio è quello che popola la maggior parte dei database su una marea di questioni e c’è enorme letteratura su come rendere un sondaggio più neutro possibile.

                                E in ogni caso, quando i dati riguardano le esperienze degli esseri umani, spesso non ci sono molte alternative se non chiedere.

                                Quanto alla mia opinione degli -ismi vari (in cui gran parte del femminismo contemporaneo rientra) non si tratta di pre- giudizi: ho avuto molti e lunghi confronti, pubblici e privati, con gruppi di attivisti di varia estrazione. Raramente sono interessati a soluzioni che potrebbero funzionare.

                                Non la voglio buttare sul personale, quindi la chiudo qui.

                      1. 1

                        Mi piacerebbe che ci fossero iniziative così anche in Europa, anche se fortunatamente non siamo così sessisti come in Asia. Voi conoscete qualche gruppo interessante? Io conosco solo le PyLadies

                        1. 1
                        1. 4

                          Ahimè stupide dannatissime landing page, nel tempo libero credo approfondirò un po’ di Go e Rust perché lo sviluppo frontend danneggia me e chi mi sta intorno.

                          1. 5

                            next step: rust sul frontend

                            1. 1

                              Spero de morì prima.

                          1. 2

                            Sto finalizzando la migrazione da TeamCity a Jenkins (non una mia idea, sigh) di una ventina tra moduli e servizi. Passo le giornate a guardare luci verdi e rosse e vedere che tutto fili dritto.

                            1. 9

                              La vera notizia è che una cosa del genere, in Italia, fa notizia. Comunque sarebbe interessante vedere la distribuzione effettiva di questi tier e il numero di ore lavorate dai dipendenti per capire quanto questa cosa è auto-promozione.

                              1. 6

                                Concordo, e prenderei con le pinze tutto quello che c’è scritto.

                                Spooners can start at any tier, depending on our assessment of how valuable they can be. In fact, typically a Software Engineer with great potential but modest experience joins at tier 5 or 6.

                                Non mi stupirei se “modest experience” per loro fossero 6 o 7 anni.

                                We like our base compensation to be a very large share of the total compensation

                                Questo significa che gli stipendi dei tier più bassi sono tutt’altro che sensazionali. Ricordo di aver iniziato un processo di selezione con loro un paio di anni fa candidandomi come Tester, avendo poco più di un anno di esperienza, e tra le altre cose millantavano stipendi straordinari. Se mi avessero offerto meno di 30k non sarebbero stati diversi da una qualsiasi azienda di consulenza dove ti prendono giusto per sfruttarti

                                1. 1

                                  Non mi stupirei se “modest experience” per loro fossero 6 o 7 anni.

                                  In effetti, pensando alla mia esperienza di 14 anni fa, non potrei che definirla “modesta”. E probabilmente fra 20 anni considererò la mia esperienza attuale “modesta”.

                                  E d’altro canto un buon team può rendere produttivo un giovanotto in pochissimo tempo.

                                  Forse dovremmo sperimentare sistemi in cui tutti hanno la stessa retribuzione (al netto di differenze dovute all’orario di lavoro) ed i conti delle aziende sono pubblici.

                                  1. 2

                                    Forse dovremmo sperimentare sistemi in cui tutti hanno la stessa retribuzione

                                    se a pari retribuzione corrispondono stesse competenze, stessa cultura, stesso grado di istruzione, stessa produttività, stessi orari di lavoro, stesse performance, ecc.

                                    Altrimenti generi malcontento nei team

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                                      E perché generi malcontento?
                                      (non è una domanda retorica)

                                      A me non fregherebbe niente se i miei colleghi più giovani ed inesperti guadagnassero come me (o persino di più) fintanto che io ho ciò che mi serve per me e la mia famiglia.

                                      Naturalmente immagino un sistema in cui tutte le entrate e tutte le uscite sono note a tutti, così che nessuno possa fare il furbo.

                                      Ma l’idea che un’ora mia valga più di quella di un neolaureato che mi viene affidato, a ben guardare mi sembra un insulto alle mie capacità: dopo oltre 20 anni di mestiere io devo essere in grado di rendere la differenza di produttività fra me ed uno sviluppatore junior che ho scelto di assumere prossima a zero.

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                                        A me non fregherebbe niente se i miei colleghi più giovani ed inesperti guadagnassero come me

                                        Non ho mica detto questo. Se rileggi attentamente la mia risposta ti accorgerai che ho parlato solo di competenze, di performance, ecc. Non ho citato neanche lontanamente l’esperienza (che HR valuta unicamente in termini di anzianità) o l’età.

                                        Quello che conta è la bravura.

                                        Se qualcuno meno bravo di me, che quindi genera meno valore per l’azienda, dovesse prendere molto più di me, ecco, diciamo che mi darebbe un po’ fastidio. Uso il condizionale ma dovrei usare l’indicativo perché sono situazioni molto comuni nelle grandi aziende. C’è sempre qualcuno meno in gamba che prende più di te, così come ci sono persone più in gamba che prendono meno di te.

                                        Vogliamo parlare dei bonus? Lavori senza sosta notte e giorno, feriali e festivi per garantire all’azienda contratti milionari e poi a fine anno prendi un bonus inferiore al tuo collega di scrivania che non ha fatto niente per tutto l’anno, lavora il minimo sindacale, non si prende responsabilità e quando parla fa solo danni. A quel punto ti fai una domanda: a che serve farsi il culo se prendi meno di chi non se lo fa? Tanto vale lavorare come il tuo collega lavativo.

                                        Il malcontento è generato non dalla differenza di salario, ma da una ripartizione non equa del salario. E una ripartizione non giusta del salario abbassa la produttività di coloro che prendono meno di quello che meritano.

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                                          di competenze, di performance, ecc

                                          In realtà avevo letto benissimo: sto proprio sostenendo che non sono aspetti così rilevanti SE la retribuzione è sufficiente per tutti.

                                          Quello che conta è la bravura.

                                          Difficile definire il concetto di “bravura” in modo sufficientemente preciso da poterlo misurare.

                                          E poi un pessimo programmatore può essere un ottimo tester. Dunque nel momento in cui accettiamo che le differenze siano rilevanti, accettiamo che qualcuno decida arbitrariamente COME valutarle e COME retribuirle.

                                          Lavori senza sosta notte e giorno, feriali e festivi….

                                          E perché lo fai?

                                          Se hai un orario di lavoro e non lo rispetti, stai riducendo l’impatto dell’incompetenza dei manager. Il che causerà danni di lungo periodo alla azienda ben più gravi della perdita di un contratto milionario. Perché genererà SEMPRE costi molto maggiori degli introiti.

                                          Been there, done that: non funziona.
                                          Alla fine il manager se ne va e tu ti trovi a dover gestire un cliente in perdita secca di milioni di euro.

                                          C’è sempre qualcuno meno in gamba che prende più di te

                                          Se questo è vero, è vero anche che c’è sempre qualcuno più in gamba che prende meno.

                                          Il problema è che accettando una visione competitiva del lavoro, visione finalizzata a mantenere artificialmente una struttura gerarchica giustificandola, si accettano queste storture.

                                          Tanto vale lavorare come il tuo collega lavativo.

                                          Qui il discorso diventa interessante: non è meglio pensare a come evitare che un collega diventi lavativo?

                                          • non assumerlo?
                                          • minacciarlo di venire licenziato?
                                          • motivarlo?

                                          Nel lungo periodo l’unico che funziona è il terzo.

                                          Ma come motivare le persone a collaborare?

                                          Tempo fa lessi di un esperimento interessante in una azienda brasiliana: ai dipendenti veniva fornito un corrispettivo fisso (se non ricordo male, dipendente da parametri come anzianità di servizio, ruolo etc) ed una corrispettivo variabile che veniva assegnato dai colleghi.

                                          Il funzionamento descritto dall’autore era più o meno questo: ogni dipendente disponeva di un ammontare che poteva assegnare ad un collega. Questo dava origine a dinamiche interessanti:

                                          • alcuni li usavano per blandire i superiori (sperando di riceverne un aumento della parte fissa)
                                          • alcuni si scambiavano questi bonus fra loro
                                          • alcuni li usavano per premiare i colleghi che si erano distinti in un determinato momento
                                          • alcuni li usavano per sostenere i colleghi in difficoltà (a causa di lutti o malattie).

                                          Se rimuoviamo la gerarchia, tutti gli altri outcome sono accettabili ed hanno degli effetti positivi sulla organizzazione. Fra questi, il fatto che il lavativo si tiene la paga minima.

                                  2. 1

                                    Non mi stupirei se “modest experience” per loro fossero 6 o 7 anni.

                                    Molto possibile. Avevo mandato il curriculum qualche anno fa per una posizione di junior dev (adesso non ricordo il nome preciso, ma c’entrava molto più con il loro tooling che non con lo sviluppo di app mobili) e, neolaureato magistrale ma con già 3 anni di esperienza lavorativa, ero stato scartato perché “troppo junior”.

                                  3. 2

                                    Vuoi dire che all’estero è una pratica diffusa? A parte FAANG ed enti governativi (o simili tipo ECB) non mi sembra di aver visto salari spiattellati di qua e di la. Hai qualche esempio?

                                    Comunque non posso fare a meno di pensare a tutti i risvolti positivi che una pratica del genere potrebbe avere se utilizzata in maniera diffusa. D’altronde sappiamo tutti che l’informazione è potere :)

                                    1. 2

                                      Messi sul sito aziendale è una cosa poco comune a meno appunto di aziende molto grosse con processi di hiring molto strutturati. Ma avere gli scatti di carriera strutturati così non è raro. Anzi spesso sono anche più dettagliati. Solo che di solito li chiedi in fase di colloquio e sai il tuo piazzamento. Sul sito sono ovviamente un livello di trasparenza maggiore ma nella pratica ti cambia poco. Di contro però aiutano a distorcere la percezione di quanto l’azienda paghi. Un po’ come le forbici di RAL enormi negli annunci e poi ti propongono qualcosa vicino al minimo

                                      1. 1

                                        Vivo in UK e qui tutte (o quasi) le offerte di lavoro includono un range per il salario ed eventuale equity.

                                        1. 3

                                          Alt. Io farei un distinguo tra offerta di lavoro corredata di salario e salari ben in vista sul sito dell’azienda.

                                          So che all’estero le offerte sono quasi sempre accompagnate da eventuale compenso. Non sono comunque convinto del fatto che “molte” aziende estere mettano i salari così in bella vista. O almeno finora non ne ho beccate (tranne le già citate). Se avete esempi ben venga :)

                                          1. 1

                                            Non avevo notato che fai distinzione tra le due cose.

                                    1. 2

                                      L’avevano chiamata su /r/watchredditdie, ma non mi aspettavo un colpo del genere. Comunque grandissime facce da culo.

                                      1. 4

                                        Io mi immagino il pirla che aveva configurato male la cache e aveva creato quel problema come si senta ora. Avrà passato un brutto quarto d’ora e adesso invece mezza politica italiana e il COPASIR stanno lavorando per parargli il culo.

                                        1. 2

                                          Io non ci posso credere, già allora era evidente che “l’attacco hacker” fosse una cazzata. Davvero stanno cercando di coprire tutto? C’è qualche organo rilevante che possa intervenire?

                                          1. 1

                                            Da quanto ne so, le penali dovute ad inottemperanze in materia di GDPR sono salatissime (tanto da mettere a rischio i bilanci anche di aziende medio/grandi). Magari vogliono solo evitare il disastro economico.

                                            Chissà quanti “accrocchi” ci sono dietro… non oso immaginare :D

                                            1. 1

                                              Se ti bucano, sei inottemperante.

                                              A meno che non usino uno zero day. Ed anche lì, dopo averlo dimostrato, bisogna anche giustificare la scelta di quello specifico software.

                                        1. 2

                                          Sono d’accordo sul punto. Ma per attuare la proposta servono ancora tanti step intermedi a livello istituzionale ed economico. I prodotti finanziari non sono accessibili al grande pubblico come lo è il denaro. E i veri strumenti potenti citati (piattaforme cooperative, valute alternative) hanno bisogno ancora di grande spinta per diventare istituzioni al servizio della comunità. Quindi spingiamo.

                                          1. 2

                                            Spingitori di cooperative!

                                          1. 2

                                            Aggiungerei che anche gli sviluppatori “volontari” nell’open source sono complici ogni volta che accettano sponsorizzazioni e finanziamenti dalle stesse aziende che lucrano su utilizzi socialmente dannosi della tecnologia.

                                            L’open-washing di Fosdem e simili, le summer of code, gli sponsor ripagati con i dati degli utenti, gli errori architetturali lasciati irrisolti per permettere attacchi personalizzati che non lasciano traccie…

                                            Non sono solo i lavoratori ad essere complici.

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                                              Beh, le contribuzioni open source sono comunque lavoro. Non pagato, “volontario”, in una “gift economy” ma sono comunque lavoro. Però sì, chiaramente il punto vale anche e sopratutto nell’open-source, dove il senso di deresponsabilizzazione dato dal “io lo butto lì nei commons, poi cosa succede non lo so e non mi interessa” è ancora più forte.

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                                                “Commons” che spesso sono beni comuni disponibili solo a chi ha risorse esorbitanti.

                                                Sono “commons” solo formalmente: compilare da zero Chrome o AOSP è possibile per pochissimi. Avere il tempo di ispezionarne il codice (usufruendo della libertà di leggerlo e studiarlo) ancora meno.

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                                              Strano modo di dire: “ma è tempo di ricominciare a spendere in centro perché sennò i piccoli commercianti non mi votano”

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                                                Hai colto il punto. Lo trovo aberrante ma non mi stupisce….

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                                                Toh, ma che strana somiglianza col match del Rust…

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                                                  beh è abbastanza generico, assomiglia al match di un po’ tutti i linguaggi che lo supportano. Quello di Rust non è particolarmente originale.

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                                                  Ho mergiato una serie di servizi in uno solo per uniformare il tutto al dominio e nel mentre ho dovuto fare varie sessioni di ottimizzazioni della test suite. Ora va 4 volte più veloce grazie al tuning di aiohttp e rororo che andavano a mangiarsi un sacco di risorse per niente.

                                                  Poi sto iniziando a tocchicciare NiFI per un nuovo progetto

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                                                    Sì ma posso vedere i post senza metterci mezz’ora per scaricarli? Perché tutti i social network distribuiti così hanno il problema che hanno una UX terrificante.

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                                                      Peró c’è da dire che con ActivityPub (e affini) se ti va giu un server non leggi piu nulla dei post locali di quell’istanza. Secondo me risolvono use-cases diversi.

                                                      E poi su SSB c’è: git-ssb!

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                                                        In realtà da quello che ho capto è più probabile che non sai nemmeno che esistono, piuttosto che sai che c’è ma non hai il contenuto…

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                                                          Non ho ancora provato, ma temo che dipenda dal volume dei post. Quindi la soluzione è essere asociali.

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                                                          una qualunque delle frasi de Il Consulente Imbrutito (1) ma pronunciata seriamente

                                                          Bellissima! :D

                                                          Su alcune cose sono perfettamente d’accordo, su altre un po’ meno, almeno senza contestualizzazione.

                                                          Ad esempio, io lavoro in una multinazionale da 100K+ impiegati, ci si sposta molto, avere hot desk è indispensabile per chi si muove spesso da sede a sede. Inoltre una buona fetta di noi lavora da clienti, quindi è improponibile avere tutte le postazioni negli uffici per tutti gli impiegati, comporterebbe un inutile spreco di soldi. Mediamente ogni giorno qualcuno è dal cliente, qualcuno in trasferta, qualcuno in ferie, qualcuno in malattia, qualcuno lavora da casa, ecc., se avessimo posti fissi per tutti gli impiegati gli uffici sarebbero semivuoti.

                                                          Il lavorare sotto pressione: è una qualità che non tutti hanno, io ho fatto dei training appositi. È qualcosa che mi ha permesso di non soccombere quando sono stato coinvolto in picchi di lavoro. Che lavorare sotto stress non debba diventare la norma è pacifico, con me sfondi una porta aperta, ma bisogna imparare a farlo per quando se ne presenterà la necessità, così come i piloti di aereo vengono addestrati al simulatore per affrontare situazioni estreme. Altrimenti alla prima emergenza vai nel pallone. Certo, se te lo chiedono in fase di colloquio io una domanda me la farei… fa scopa comunque con il punto successivo sull’extra time.

                                                          Altre cose probabilmente provengono da una tua esperienza su azlende piccole, nelle aziende più grandi normalmente non ci sono o sono molto mitigati (es. piano di formazione e crescita, straordinari, decisioni sui progetti, ecc.)

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                                                            Ad esempio, io lavoro in una multinazionale da 100K+ impiegati, ci si sposta molto, avere hot desk è indispensabile per chi si muove spesso da sede a sede. Inoltre una buona fetta di noi lavora da clienti, quindi è improponibile avere tutte le postazioni negli uffici per tutti gli impiegati, comporterebbe un inutile spreco di soldi. Mediamente ogni giorno qualcuno è dal cliente, qualcuno in trasferta, qualcuno in ferie, qualcuno in malattia, qualcuno lavora da casa, ecc., se avessimo posti fissi per tutti gli impiegati gli uffici sarebbero semivuoti.

                                                            Ma chiaramente questa frenesia è il problema vero. L’hot desking è solo il sintomo. E comprare scrivanie per gente che va in giro come una trottola cura il sintomo, non la malattia.

                                                            Il lavorare sotto pressione: è una qualità che non tutti hanno, io ho fatto dei training appositi. È qualcosa che mi ha permesso di non soccombere quando sono stato coinvolto in picchi di lavoro. Che lavorare sotto stress non debba diventare la norma è pacifico, con me sfondi una porta aperta, ma bisogna imparare a farlo per quando se ne presenterà la necessità, così come i piloti di aereo vengono addestrati al simulatore per affrontare situazioni estreme. Altrimenti alla prima emergenza vai nel pallone. Certo, se te lo chiedono in fase di colloquio io una domanda me la farei… fa scopa comunque con il punto successivo sull’extra time.

                                                            Mi sembra che abbiamo già avuto questa discussione. Il problema non è con la skill in sé, il problema è con l’ambiente che finisce per richiederla. E se la metti in un’offerta di lavoro è perché sai già che il tuo ambiente di lavoro è incapace di schermare i lavoratori dal caos organizzativo o dalle pretese dei clienti. Ci sono rare eccezioni in cui questo anche in un sistema ideale è impossibile, ma sono eccezioni. Se devo “saper lavorare sotto pressione” per fare il sito vetrina di un’azienda di formaggi, per me è una red flag.

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                                                              Ma chiaramente questa frenesia è il problema vero. L’hot desking è solo il sintomo. E comprare scrivanie per gente che va in giro come una trottola cura il sintomo, non la malattia.

                                                              Non tutte le aziende sono composte esclusivamente da sviluppatori che sviluppano nel proprio ufficio. Le aziende di consulenza e servizi lavorano prevalentemente dal cliente. “Girare come una trottola” forse è proprio quello che attualmente mi manca ma in passato ho lavorato 4 anni a Siena, un paio di anni in UK, 5 anni a Milano, poi ho lavorato a Vicenza, a Trieste, ecc. La maggior parte delle esperienze le ho fatte lontano da casa, quindi ben venga la trottola se serve per crescere, Da’ modo di conoscere altre realtà, confrontarsi con culture diverse (per me, ad esempio, è stato fondamentale il periodo in UK) e stringere conoscenze che spesso vanno al di là dei rapporti lavorativi e si tramutano in amicizie.

                                                              Mi sembra che abbiamo già avuto questa discussione

                                                              Si, infatti, ricordo, ed alla fine più o meno siamo arrivati ad una posizione abbastanza concorde.

                                                              Intendiamoci, a me non piace lavorare sotto pressione, posso farlo per tempi ridotti se l’esigenza è oggettiva (es. la scadenza di una gara, un fault imprevedibile in produzione, ecc.) ma rifiuto categoricamente di farlo se è stato causato dal primo punto della tua lista ;) cioè da cattiva pianificazione o da bad management. Però la “palestra” che ho fatto in UK sul lavoro sotto pressione, in generale lì si parlava di “working out of confort zone”, è stata fondamentale per aiutarmi a gestire al meglio le emergenze quando le ho incontrate. Chi andrebbe a fare le olimpiadi senza preparazione atletica?